Don Bosco


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Castelnuovo d’Asti, 16 agosto 1815 – Torino, 31 gennaio 1888 Grande apostolo dei giovani, fu loro padre e guida alla salvezza con il metodo della persuasione, della religiosità autentica, dell’amore teso sempre a prevenire anziché a reprimere. San Giovanni Bosco è indubbiamente il più celebre santo piemontese di tutti i tempi, nonché su scala mondiale il più famoso tra i santi dell’epoca contemporanea.Papa Pio XI lo ha proclamato santo nel 1934

Il 31 gennaio 1988 Giovanni Paolo II lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù…

a lui è dedicato l’oratorio della ns parrocchia.

vi scrivo il racconto del suo sogno profetico, che il santo raccontò la sera del 30 Maggio 1862.
 
«Figuratevi — disse — di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio sopra uno scoglio isolato, e di non vedere attorno a voi altro che mare. In tutta quella vasta superficie di acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, con le prore terminate a rostro di ferro acuto a mo’ di strale. Queste navi sono armate di cannoni e cariche di fucili, di armi di ogni genere, di materie incendiarie e anche di libri. Esse si avanzano contro una nave molto più grande e alta di tutte, tentando di urtarla con il rostro, di incendiarla e di farle ogni guasto possibile.

A quella maestosa nave, arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle che da lei ricevono ordini ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalla flotta avversaria. Ma il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici. 

In mezzo all’immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l’una dall’altra. Sopra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, ai cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: “Auxilium Christianorum”; sull’altra, che è molto più alta e grossa, sta un’OSTIA di grandezza proporzionata alla colonna, e sotto un altro cartello con le parole: “Salus Credentium”. 

Il comandante supremo della grande nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, convoca intorno a sé i piloti delle navi secondarie per tenere consiglio e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando sempre più la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi. 

Fattasi un po’ di bonaccia, il Papa raduna intorno a sé i piloti per la seconda volta, mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa. 

Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portare la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte ancore e grossi ganci attaccati a catene. 

Le navi nemiche tentano di assalirla e farla sommergere: le une con gli scritti, con i libri, con materie incendiarie, che cercano di gettare a bordo; le altre con i cannoni, con i fucili, con i rostri. Il combattimento si fa sempre più accanito; ma inutili riescono i loro sforzi: la grande nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta nei suoi fianchi larga e profonda fessura, ma subito spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano. 

Frattanto i cannoni degli assalitori scoppiano, i fucili e ogni altra arma si spezzano, molte navi si sconquassano e si sprofondano nel mare. Allora i nemici, furibondi, prendono a combattere ad armi corte: con le mani, con i pugni e con le bestemmie. 

A un tratto il Papa, colpito gravemente, cade. Subito è soccorso, ma cade una seconda volta e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio. 

Sennonché, appena morto il Papa, un altro Papa sottentra al suo posto. I piloti radunati lo hanno eletto così rapidamente che la notizia della morte del Papa giunge con la notizia della elezione del suo successore. Gli avversari cominciano a perdersi di coraggio. 

Il nuovo Papa, superando ogni ostacolo, guida la nave in mezzo alle due colonne, quindi con una catenella che pende dalla prora la lega a un’ancora della colonna su cui sta l’Ostia, e con un’altra catenella che pende a poppa la lega dalla parte opposta a un’altra ancora che pende dalla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata. 

Allora succede un gran rivolgimento: tutte le navi nemiche fuggono, si disperdono, si urtano, si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre, mentre le navi che hanno combattuto valorosamente con il Papa, vengono anch’esse a legarsi alle due colonne. Nel mare ora regna una grande calma». 

 tratto dal web

30 gennaio


il 30 gennaio
1948: all’età di 78 anni muore assassinato Mohandas Karamchand “Mahatma” Gandhi, leader pacifista indiano 
1951: muore all’età di 75 anni Ferdinand Porsche, costruttore di automobili
1847: la città americana di “Yerba Buena” cambia il suo nome in “San Francisco “
dal web -ovviamente

Disastro dello Space Shuttle Challenger


dal web: Il 28 gennaio 1986
è per gli americani uno dei giorni più neri della loro storia. é questa, infatti, la data che segna la più grande tragedia dell’era spaziale. A 75 secondi dal lancio da Cape Canaveral in Florida, lo Space Shuttle Challenger esplode uccidendo i sette astronauti a bordo. Tra loro due donne, una delle quali, Sharon Christa McAuliffe, è la prima donna civile e insegnante a volare nello spazio, selezionata proprio per dimostrare che andare in orbita sarebbe stato alla portata di tutti. Invece la sua presenza a bordo rende ancor più bruciante la tragedia. Il Challenger esplode per un insieme di fattori dovuti a superficialità e noncuranza. Il programma dello Shuttle riprenderà i voli il 29 settembre 1988, dopo oltre 400 modifiche al veicolo.

27 gennaio


 dal web
GENNAIO  giornata della memoria
Primo Levi
Se questo è un uomo
 
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che tovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetelele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
commento:
Questa poesia tratta dello sterminio degli ebrei ed è stata scritta da un ebreo sopravvissuto ad Aushwitz. La poesia è suddivisa in due parti principali. Nella prima l’autore vuole far riflettere sulla condizione dei deportati nei campi di concentramento e di come noi siamo fortunati a vivere in libertà, tornando a casa la sera e trovando una famiglia che ti vuole bene. Nella seconda parte, quasi ci comanda di ricordare sempre quello che è successo e di tramandarlo ai nostri figli, in modo che non accada mai più. Il titolo ci chiede se si possa considerare ancora un uomo, una persona a cui sia stato tolto tutto, i propri cari, i propri beni e persino il proprio nome; un uomo che sia costretto a vivere senza pace e senza più neanche la forza per ricordare.
Secondo me, questa è una poesia che ci trasmette direttamente il dolore che l’autore stesso ha provato, che ci fa riflettere su che cosa si prova essendo privati di tutto ciò che ci appartiene, in particolare della nostra dignità di persone, essendo trattati non più come uomini, ma come bestie.
A mio parere, nella poesia Primo Levi parla con tranquillità, senza esprimere subito tutta la sua rabbia; scrive cercando di farci riflettere su quello che è stato e di farci immedesimare negli ebrei perseguitati. Secondo me leggendo questa poesia non si può rimanere indifferenti perché, verso dopo verso,quel sentimento di compassione e rispetto per queste persone ci rimane inevitabilmente dentro.

Era il 27 gennaio del 1945 quando si aprirono i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, uno dei luoghi simbolo della ferocia nazista che portò alla morte circa sei milioni di ebrei e due milioni tra zingari, omosessuali e oppositori politici del regime di Adolf Hitler. Sono passati 63 anni  e l’Europa non può assolutamente dimenticare la pagina di orrore che ha coinvolto i suoi popoli e che rappresenta una macchia indelebile. Il  27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria, il giorno dedicato al ricordo di quei tragici avvenimenti che portarono allo sterminio  più grave  della storia. Sessantatre anni fa l’Armata Rossa entrava ad Auschwitz, trovandovi pochi sopravvissuti e le prove di un orrore che aveva insanguinato il cuore di un continente, quello europeo, che si vantava di essere la culla della civiltà. La giornata della Memoria deve essere quindi un momento di riflessione, non solo per chi l’ha vissuta in prima persona, ma per chi, soprattutto per i giovani, perchè forse ne hanno sempre sentito tanto parlare, così, un po’ per caso, nelle aule scolastiche, senza darci troppo peso. L’impegno deve sostenere una responsabilità nel dire “Mai più” ad una atrocità simile. Dopo Auschiwtz, molte altri genocidi sono accaduti: tra i più dimenticati  in Africa, quello del ’94 in Ruanda, quello  nella ex-jugoslavia a ” Srebrenica “, definito poi dai mezzi di comunicazione con l’orribile termine  di “pulizia etnica”. Per questo spero vivamente che in ogni scuola italiana di qualsiasi ordine e grado il giorno 27 c.m alle 11.54 suoni la campanella per ricordare a tutti di osservare un minuto di silenzio in memoria di questi esseri umani.

Binario 21
 Nel progetto originale della Stazione Centrale di Milano erano previsti 20 binari per il servizio passeggeri. Più tardi, si decise di utilizzare anche i binari “corti” ai lati della grande volta di acciaio e vetro, e furono numerati fino al 24. Fino a quel momento, il binario 21 era nascosto nel ventre della stazione.
Il progettista Ulisse Stacchini aveva collocato un altro fascio di binari al di sotto di quello principale, destinandolo allo smistamento merci e postale: dopo aver caricato i vagoni, era possibile riportarli direttamente al piano dei binari passeggeri usando un ponte trasbordatore e poi un grosso montacarichi.
E ancora, al di sotto di questi binari un terzo livello accoglieva altri servizi, una vasca di raccolta idrica grande come un lago e un inceneritore per i rifiuti.
Il 30 gennaio 1944 seicento cittadini italiani di religione ebraica furono caricati su camion nel cortile del carcere di San Vittore. I camion raggiunsero via Ferrante Aporti, e il loro carico fu spinto nelle viscere buie della stazione, fra urla e latrati di cani. Le persone e i 40 bambini che erano fra di loro furono stipati su carri bestiame; i carri furono spostati con il ponte mobile e poi sollevati in superficie con l’ascensore.
Sette giorni dopo i vagoni venivano scaricati ad Auschwitz, e nel giro di poche ore cinquecento persone furono gasate e bruciate.
Il primo convoglio era partito carico di 250 deportati il 6 dicembre dell’anno prima, e altri ne sarebbero partiti fino al maggio del 1944.
Oggi l’organizzazione Binario 21 vuole fare di quei sotterranei uno spazio per la memoria, e ha realizzato un film e una mostra per non dimenticare.
Il binario 21 è ancora lì, con lo stesso ponte e lo stesso ascensore.

Nel Giorno della Memoria, le bandiere di Palazzo Tursi saranno esposte a mezz’asta, secondo le prescrizioni della presidenza del Consiglio dei ministri, «in segno di memore omaggio alle vittime dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti».

Repubblica Italiana Legge 20 luglio 2000, n. 211

Art. 1. 1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della Memoria, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Art. 2. 1. In occasione del Giorno della Memoria di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

21 gennaio


fonti dal web Era il 20 gennaio 1986, quando il premier inglese Margareth Thatcher ed il presidente francese Francois Mitterand diedero il via ai lavori per il tunnel sotto La Manica, lungo circa 150 Km che verrà poi terminato nel dicembre del 1993. 
1976: primo volo commerciale dell’aereo supersonico Concorde (tra Francia e Inghilterra)
1978: l’Italia legalizza l’aborto
1988: gli Stati Uniti accettano di legalizzare la posizione di 30.000 immigrati vietnamiti nati, durante o dopo la guerra, dall’unione di soldati americani con cittadine del Vietnam

L’ INTERPRETAZIONE


L’ INTERPRETAZIONE
di Paul Ferrini
(oratore spirituale statunitense)
da: “Amare senza condizioni”

  • Riflessioni della mente di Gesù il nazareno –
    ~ seconda e ultima parte ~

La vita é resistenza o resa.
Queste sono le uniche possibiltà.
Mentre la resistenza porta alla sofferenza, la resa porta alla beatitudine.
La resistenza é la scelta di agire da soli, la resa significa scegliere di agire con Dio.
Non puoi provare gioia nella vita opponendoti alle idee o alle azioni degli altri.
Puoi sperimentare la gioia soltanto restando fedele alla verità dentro al tuo cuore, verità che non rifiuta mai gli altri, anzi li invita ad entrare.
La verità è una porta che rimane sempre aperta.
Tu non puoi chiuderla, puoi scegliere però di non entrare o di camminare nella direzione opposta.
Non potrai mai dire: “Ho cercato d’entrare, ma la porta era chiusa”, perché non lo sarà mai per te né per nessun altro.
Se senti che ti è stata sbattuta la porta in faccia, hai interpretato l’esperienza secondo la paura.
Credi che la porta sia chiusa.
Non lo è anche se la tua convinzione potrà convincere te ed altri che lo sia.
Sieti tutti maestri nel l’appropriarvi della verità e capovolgerla.
Avete la capacità creativa di attribuire il significato che volete alle cose prendendo un sì e facendolo diventare un no.
prendendo una cosa sbagliata e facendola diventare giusta ecco quanto sono forti le vostre convinzioni.
Ma l’avere capovolto la verità non significa che essa cessi di essere vera.
Siete solo riusciti a nascondetela.
Perciò la tua interpretazione dell’esperienza é fondamentale.
Quando le tue aspettative vengono frustrale, accetti la correzione o insisti nel credere di essere stato trattato ingiustamente?
Sei la vittima di ciò che ti accade o colui che usa l’esperienza per imparare?
Accogli l’esperienza come una benedizione o come un castigo?
Sono queste le domande che ti devi porre in ogni momento.
Ogni esperienza costituisce l’opportunità di abbracciare la verità e rifiutare l’illusione.
In questo senso non c’è esperienza migliore o peggiore.
Tutte sono ugualmente potenti ed esistono solo come terreno adeguato per far nascere la tua divinità.
Per questo non devi mai disperarti: avrai sempre un’altra occasione per cambiare idea.
Non ascoltare chi ti dice altrimenti.
Il giudizio universale non esiste, se non nel giudizio che avrai di te stesso quando ti vedrai attraverso i miei occhi.
Forse adesso non mi credi.
Forse sei convinto di aver causato la sofferenza altrui o di essere vittima di azioni contro te stesso.
Ma solo perche rifiuti le mie parole, non smetterò di offrirtele.
Perche dovrebbe importarmi quanto ci metti a svegliarti?
Certamente, il tempo non è importante per me e a onor del vero, non lo è neanche per te.
Hai tutto il tempo per sbagliare e per apprendere dai tuoi errori.
Quando ognuno di voi avrà imparato quello che è venuto ad imparare, il mondo non servirà più.
L’universo fisico, che ti sembra cosi permanente, si dissolverà nel nulla perche, quando sarai sveglio, esso non avrà alcuno scopo.
Quel momento sta arrivando, ma non c’è fretta.
Non forzare le cose e non cercare di trattenerle.
Ciò non ti recherà alcun bene.
La Mente divina è al lavoro nella tua mente in questo momento, proprio adesso.
Devi imparare ad avere fiducia in questo.

🍃❤️🍃🌷❤️🍃

PERCHÈ NEGLI INDIRIZZI E-MAIL SI USA LA @?


Il simbolo “@” che in Italia chiamiamo “chiocciola”, comunemente usato negli indirizzi e-mail, indica il dominio che ospita la singola casella di posta elettronica e ha origini molto antiche. Già nel Medioevo, gli amanuensi utilizzavano questo segno al posto della preposizione di luogo latina “ad”, cioè “verso”. Successivamente, lo stesso simbolo fu impiegato nei mercati fiorentini del ‘500 per indicare l’anfora, un’antica unità di misura. Negli anni ’70, l’ingegnere informatico americano Ray Tomlinson, uno dei padri di Internet, introdusse la chiocciola nel linguaggio dei computer. Fu lui che inventò un sistema di posta elettronica da utilizzare su Arpanet, l’antenato del web. Osservò il simbolo della chiocciola sulla tastiera e pensò di inserirlo tra il nome del destinatario e il percorso per arrivare al server ospite, avvalendosi proprio del significato originario della chiocciola, letteralmente “presso”.
Come chiamano la “@” in altre lingue
ceco: aringa arrotolata
cinese a Taiwan: topolino
cinese nel continente: A cerchiata
ebraico: strudel
estone e finlandese: coda di gatto
francese: arabesco, oppure: lumachino
greco: piccolo papero
olandese: coda di scimmia
polacco: scimmia
russo: cane
serbo: A pazza, oppure: scimmia
tedesco: scimmia-ragno
ungherese: vermicello

fonte: frate indovino

SONO UN UOMO SEMPLICE



di Paul Ferrini
(oratore spirituale statunitense)
da: “Il miracolo dell’amore – Riflessioni dalla mente di Cristo”.

Scrivo per mettere le cose in chiaro.
Sono passati quasi 2000 anni da quando la mia nascita e i miei insegnamenti, che un tempo erano come un flusso impetuoso, si sono ridotti a un rivolo d’acqua.
Mi hai razionalizzato e collocato al mio posto:
un posto elevato forse, ma distante.
Mi hai messo al di sopra di voi tutti, da dove non ti posso sfidare.
Rendendomi una divinità, solo un figlio di Dio, trovi una giustificazione per non vivere all’altezza del mio esempio.
E tuttavia il mio esempio è il nucleo del mio insegnamento.
Se non cerchi di imitarmi, qual è il significato della tua fede in me?
Il mio non è un insegnamento intellettuale.
È pratico “Ama il prossimo tuo” non è un concetto astratto e complicato un’idea semplice e irresistibile che ti invita a metterla in pratica.
Non ti ho invitato ad una serata di discorsi e dibattiti.
Non ti ho chiesto di professare o di discutere le scritture.
Ti ho chiesto di fare quella cosa che trovi così difficile: andare al di là del tuo concetto limitato del sé.
Ogni esercizio che ti ho dato ti terrà impegnato per tutta la vita.
Anche se sono facili da capire, la loro sfida è tutta nella messa in pratica.
Se fossi morto per i tuoi peccati, allora tu non avresti più niente da fare.
Perché allora non ascendere con me al cielo sulla forza della tua fede in me?
Ti dirò perché.
Perché, nonostante la tua fede, non sei felice.
Non sei in pace.
E questo perché mi hai messo al di fuori di te.
Mi hai messo al di sopra di te, dove non ti posso toccare.
Tirami giù dal piedistallo, fratello o sorella, e mettimi al mio posto, al tuo fianco. Io sono tuo pari assoluto e incondizionato.
Quello che ho fatto lo farai anche tu, e anche di più.
Non verrai salvato dai miei pensieri e dalle mie azioni, ma da te stesso.
Non porre questa distanza fra te e me, perché io non sono diverso da te.
Chiunque tu sia-un mendicante o un ladro, un santo o un re-lo sono anch’io.
Non c’è piedistallo su cui non sia stato innalzato, né fogna in cui non abbia dimorato.
È solo perché ho toccato il nucleo della gioia e del dolore che posso attraversare le porte della compassione.
Sono nato in una stalla da una donna semplice.
Non era più vergine di tua madre.
L’hai resa speciale per lo stesso motivo per cui hai reso speciale anche me: per mettere distanza fra noi, per sostenere di non poter fare quello che ho fatto io.
Se la mia vita significa qualcosa per te, devi sapere che non rivendico un posto speciale.
Né Maria né io siamo più spirituali di te.
Siamo esattamente come te.
Il tuo dolore è il nostro dolore.
La tua gioia è la nostra gioia.
Se non fosse vero, non potremmo venire ad insegnare.
Non tenerci a distanza.
Abbracciaci come tuoi pari.
Maria avrebbe potuto essere tua madre ed io avrei potuto essere tuo figlio.

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Tricolore ———————> oggi la sua festa


La Festa del Tricolore, ufficialmente Giornata Nazionale della Bandiera, è una giornata nazionale italiana, istituita per celebrare labandiera nazionale. Si festeggia ogni anno il 7 gennaio,

La bandiera italiana è una variante della bandiera della rivoluzione francese, nella quale fu sostituito l’azzurro con il verde che, secondo il simbolismo massonico, significava la natura ed i diritti naturali (uguaglianza e libertà). In realtà i primi a ideare la bandiera italiana sono stati due patrioti e studenti dell’Università di Bologna, Luigi Zamboni, natio del capoluogo emiliano, e Giambattista De Rolandis, originario di Castell’Alfero (Asti), che nell’autunno del 1794 unirono il bianco e il rosso delle rispettive città al verde, colore della speranza. Si erano prefissi di organizzare una rivoluzione per ridare al Comune di Bologna l’antica indipendenza perduta con la sudditanza agli Stati della Chiesa. La sommossa, nella notte del 13 dicembre, fallì e i due studenti furono scoperti e catturati dalla polizia pontificia, insieme ad altri cittadini. Avviato il processo, il 19 agosto 1795, Luigi Zamboni fu trovato morto nella cella denominata “Inferno” dove era rinchiuso insieme con due criminali, che lo avrebbero strangolato per ordine espresso della polizia. L’altro studente Giovanni Battista De Rolandis fu condannato a morte ed impiccato il 23 aprile 1796. Napoleone la adottò il 15 maggio 1796 per le Legioni lombarde e italiane. Nell’ottobre dello stesso anno il tricolore assunse il titolo di bandiera rivoluzionaria italiana ed il suo verde, proclamato colore nazionale, divenne per i patrioti simbolo di speranza per un migliore avvenire: con questo valore fu adottato dalla Repubblica Cispadana il 7 gennaio 1797, qualche mese dopo da Bergamo e Brescia e poi dalla Repubblica Cisalpina. In quell’epoca le sue bande erano disposte talvolta verticalmente all’asta con quella verde in primo luogo, talvolta orizzontalmente con la verde in alto; a cominciare dal 1° maggio 1798 soltanto verticalmente, con asta tricolorata a spirale, terminante con punta bianca. Nella metà del 1802 la forma diviene quadrata, con tre quadrati degli stessi colori racchiusi l’uno nell’altro; questo cambiamento fu voluto dal Melzi (vice presidente della Repubblica Italiana) per cancellare ogni vincolo rivoluzionario legato alla bandiera. Abolito alla caduta del Regno Italico, il tricolore fu ripreso, nella sua variante rettangolare, dai patrioti dei moti del 1821 e del 1831. Mazzini la scelse come bandiera per la sua Giovine Italia, e fu subito adottata anche dalle truppe garibaldine. Durante i moti del ’48/’49, sventola in tutti gli Stati italiani nei quali sorsero governi costituzionali: Regno di Napoli, Sicilia, Stato Pontificio, Granducato di Toscana, Ducato di Parma, Ducato di Modena, Milano, Venezia e Piemonte. In quest’ultimo caso alla bandiera fu aggiunto nel centro lo stemma sabaudo (uno scudo con croce bianca su sfondo rosso, orlato d’azzurro). La variante sabauda divenne bandiera del Regno d’Italia fino al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, quando l’Italia divenne Repubblica e lo scudo dei Savoia fu tolto.I T A L I A

 

IL DOLORE COME VIA DELLA COMPLETEZZA



di Frank Ostasesky
(insegnante buddhista statunitense)
~ prima parte ~

Soffrire per la morte di una persona cara è come essere gettati in un fiume in piena, in balia di emozioni potenti e contraddittorie.
Ci sentiamo trascinare sotto la superficie della nostra vita, in acque oscure dove ci manca il respiro.
Lottiamo disperatamente per risalire a galla.
Nel momento in cui ci arrendiamo, siamo trasportati verso una nuova destinazione.
Una volta emersi, approdiamo a riva con occhi diversi ed entriamo nella pienezza della vita.

C’è un’antica storia buddhista nota come “la parabola del seme di senape”.
Racconta di una donna cui un giorno, all’improvviso, muore il figlioletto di otto anni.
Pazza di dolore, stringendo fra le braccia il corpo del bambino, percorre le strade del villaggio implorando aiuto, chiedendo una qualche medicina per salvare il figlio.
Qualcuno la indirizza al luogo dove il Buddha è seduto in meditazione; la donna lo raggiunge e lo supplica di aiutarla.
Il Buddha risponde di poterlo fare, ma non prima che lei abbia portato a termine un compito: portargli un seme di senape proveniente da una casa che non sia mai stata visitata dalla morte.
La donna fa ritorno al villaggio, alla ricerca del seme.
La storia continua dicendo che la donna bussò a tutte le porte, senza riuscire a trovare una famiglia che non fosse mai stata toccata dalla morte.
Questa scoperta le fa comprendere che la morte colpisce chiunque e che il dolore accomuna tutti gli uomini.
La comprensione le consente di trovare pace, e infine di seppellire il suo bambino.

(da: “Saper accompagnare. Aiutare gli altri e se stessi ad affrontare la morte”)

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PAIN AS A WAY OF COMPLETENESS
by Frank Ostasesky
(American Buddhist teacher)
~ first part ~

Suffering for the death of a loved one is like being thrown into a flood river, at the mercy of powerful and contradictory emotions.
We feel dragged under the surface of our life, in dark waters where we are short of breath.
We desperately struggle to get back to the surface.
The moment we surrender, we are transported to a new destination.
Once we emerge, we land on the shore with different eyes and enter the fullness of life.

There is an ancient Buddhist story known as “the parable of the mustard seed”.
It tells of a woman who suddenly dies an eight-year-old son one day.
Mad with grief, clutching the boy’s body in her arms, she walks the streets of the village begging for help, asking for some medicine to save her son.
Someone directs it to the place where the Buddha is sitting in meditation; the woman reaches him and begs him to help her.
The Buddha replies that he can do it, but not before she has completed a task: to bring him a mustard seed from a house that has never been visited since death.
The woman returns to the village, looking for the seed.
The story goes on to say that the woman knocked on all doors, unable to find a family that had never been touched by death.
This discovery makes her understand that death affects everyone and that pain unites all men.
Understanding allows her to find peace, and finally to bury her baby.

(from: “Knowing how to accompany. Helping others and themselves to face death”)

Re Magi


VANGELO (Mt 2,1-12)
Siamo venuti dall’oriente per adorare il re.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
l'”epifania”, cioè rivelazione, della divinità di Cristo al mondo pagano attraverso l’adorazione dei magi. L’episodio dei magi, al di là di ogni possibile ricostruzione storica, possiamo considerarlo, come   simbolo e  manifestazione della chiamata alla salvezza dei popoli pagani: i magi furono l’esplicita dichiarazione che il vangelo era da predicare a tutte le genti.

La befana


La Befana, è nell‘immaginario collettivo un mitico personaggio con l’aspetto da vecchia che porta doni ai bambini buoni la notte tra il 5 e il 6 gennaio. La sua origine si perde nella notte dei tempi, discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, si fonde con elementi folcloristici e cristiani: la Befana porta i doni in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Magi. L’iconografia è fissa: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate. Vola sui tetti a cavallo di una scopa e compie innumerevoli prodigi. A volte, è vero, lascia un po’ di carbone , ma in fondo non è cattiva. C’è chi sostiene che è vecchia e brutta perché rappresenta la natura ormai spoglia che poi rinascerà e chi ne fa l’immagine dell’anno ormai consunto che porta il nuovo e poi svanisce. Il suo aspetto laido, rappresentazione di tutte le passate pene, assume cosi una funzione apotropaica e lei diventa figura sacrificale. E a questo può ricollegarsi l’usanza di bruciarla. Anticamente, infatti, la dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. La notte del 6 gennaio, infatti, Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l’anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa. Oramai secca, Madre Natura era pronta ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri come giovinetta Natura, una luna nuova. La Befana coincide quindi, in certe tradizioni, con la rappresentazione femminile dell’anno vecchio, pronta a sacrificarsi per far rinascere un nuovo periodo di prosperità. Questa festa ha però assunto nel tempo, anche un significato lievemente diverso. Nella cultura italiana attuale, la Befana non è tanto vista come la simbolizzazione di un periodo di tempo ormai scaduto, quanto piuttosto come una sorta di Nonna buona che premia o punisce i bambini. I bambini buoni riceveranno ottimi dolcetti e qualche regalino, ma quelli cattivi solo il temutissimo carbone, che simboleggia le malefatte dell’anno passato. Il potere psicologico della Befana sui bambini è quindi molto forte ed i suoi aspetti pedagogici non vanno di certo trascurati.

la leggenda della befana


La Befana, (termine che è corruzione di Epifania, cioè manifestazione) è nell’immaginario collettivo un mitico personaggio con l’aspetto da vecchia che porta doni ai bambini buoni la notte tra il 5 e il 6 gennaio. La sua origine si perde nella notte dei tempi, discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, si fonde con elementi folcloristici e cristiani: la Befana porta i doni in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Magi. L’iconografia è fissa: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate. Vola sui tetti a cavallo di una scopa e compie innumerevoli prodigi. A volte, è vero, lascia un po’ di carbone (forse perché è nero come l’inferno o forse perché è simbolo dell’energia della terra), ma in fondo non è cattiva. Curioso personaggio, saldamente radicato nell’immaginario popolare e – seppure con una certa diffidenza – molto amato. Fata, maga, generosa e severa… ma chi è, alla fine? Bisogna tornare al tempo in cui si credeva che nelle dodici notti fantastiche figure femminili volassero sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri. Gli antichi Romani pensavano che a guidarle fosse Diana, dea lunare legata alla vegetazione, altri invece una divinità misteriosa chiamata Satia (dal latino satiaetas, sazietà) o Abundia (da abundantia). La Chiesa condannò con estremo rigore tali credenze, definendole frutto di influenze sataniche, ma il popolo non smise di essere convinto che tali vagabondaggi notturni avvenissero, solo li ritenne non più benefici, ma infernali. Tali sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni diverse che sfociarono, nel Medioevo, nella nostra Befana. C’è chi sostiene che è vecchia e brutta perché rappresenta la natura ormai spoglia che poi rinascerà e chi ne fa l’immagine dell’anno ormai consunto che porta il nuovo e poi svanisce. Il suo aspetto laido, rappresentazione di tutte le passate pene, assume cosi una funzione apotropaica e lei diventa figura sacrificale. E a questo può ricollegarsi l’usanza di bruciarla. Nella tradizione popolare però il termine Epifania, storpiato in Befana, ha assunto un significato diverso, andando a designare la figura di una vecchina particolare. Come abbiamo avuto modo di vedere per le altre tradizioni italiane che si svolgono in tutto l’arco dell’anno, molte nostre festività hanno un’origine rurale, affondando le loro radici nel nostro passato agricolo. Così è anche per la Befana. Anticamente, infatti, la dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. La notte del 6 gennaio, infatti, Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l’anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa. Oramai secca, Madre Natura era pronta ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri come giovinetta Natura, una luna nuova. Prima di perire però, la vecchina passava a distribuire doni e dolci a tutti, in modo da piantare i semi che sarebbero nati durante l’anno successivo. In molte regioni italiane infatti, in questo periodo, si eseguono diversi riti purificatori simili a quelli del Carnevale, in cui si scaccia il maligno dai campi grazie a pentoloni che fanno gran chiasso o si accendono imponenti fuochi, o addirittura in alcune regioni si costruiscono dei fantocci di paglia a forma di vecchia, che vengono bruciati durante la notte tra il 5 ed il 6 gennaio.

La Befana coincide quindi, in certe tradizioni, con la rappresentazione femminile dell’anno vecchio, pronta a sacrificarsi per far rinascere un nuovo periodo di prosperità. Questa festa ha però assunto nel tempo, anche un significato lievemente diverso. Nella cultura italiana attuale, la Befana non è tanto vista come la simbolizzazione di un periodo di tempo ormai scaduto, quanto piuttosto come una sorta di Nonna buona che premia o punisce i bambini. I bambini buoni riceveranno ottimi dolcetti e qualche regalino, ma quelli cattivi solo il temutissimo carbone, che simboleggia le malefatte dell’anno passato. Il potere psicologico della Befana sui bambini è quindi molto forte ed i suoi aspetti pedagogici non vanno di certo trascurati. Secondo il racconto popolare, i Re Magi, diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni ad una vecchia. Malgrado le loro insistenze, affinchè li seguisse per far visita al piccolo, la donna non uscì di casa per accompagnarli. In seguito, pentitasi di non essere andata con loro, dopo aver preparato un cesto di dolci, uscì di casa e si mise a cercarli, senza riuscirci. Così si fermò ad ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù. Da allora girerebbe per il mondo, facendo regali a tutti i bambini, per farsi perdonare.

La Befana


Quando è l’ora, la Befana
alla scopa salta in groppa.
D’impazienza già trabocca:
l’alza su la tramontana,
fra le nuvole galoppa.
 

BRUX1

 
 
Ogni bimbo nel suo letto
fa l’ esame di coscienza:
maledice il capriccetto,
benedice l’ ubbidienza:
La mattina al primo raggio
si precipita al camino.
Un bel dono al bimbo saggio,
al cattivo un carboncino!393176_320942227940158_149040861796963_1101882_1465946116_n

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Aspettando i re magi


Nella tradizione cristiana i Re Magi sono magi. La parola ‘mago’ che si usa per indicare questi personaggi non va identificata con il significato che oggi noi diamo. Il vocabolo deriva dal greco ‘magoi’ e sta ad indicare in primo luogo i membri di una casta sacerdotale persiana (in seguito anche babilonese) che si interessava di astronomia e astrologia. Potremo meglio nominarli: studiosi dei fenomeni celesti.
Nell’antica tradizione persiana i Magi giunsero da oriente a Gerusalemme per adorare il bambino Gesù, ovvero il re dei Giudei che era nato. I Magi provenienti da oriente, ovvero dalla Persia, furono, quindi, le prime figure religiose ad adorare il Cristo, al quale presentano anche dei doni crismali.

 

🎂🍾 Compleanno un rito di origine pagana 🎈🍰


Quando nasce la tradizione di festeggiare il compleanno? La festa di compleanno ha origine da antiche usanze pagane, in questo giorno usavano fare gli auguri al festeggiato nell’intento di “proteggerlo” dalle forze del male e di auspicare per Lui salute e sicurezza per l’ulteriore anno che stava per iniziare. I primi furono gli antichi Egizi, che in queste occasioni usavano omaggiare il faraone preparando per lui ogni sorta di prelibatezze. L’idea della torta fu invece dei Persiani, abili pasticcieri. I Greci ereditarono poi queste due tradizioni fondendole nella celebrazione del compleanno di Artemide, il sesto giorno di ogni mese. Filòcoro ci racconta che per l’occasione i seguaci della dea preparavano una torta tonda e bianca fatta con miele e farina e la illuminavano con delle candele che sembrava proprio una piccola luna. Il fuoco serviva a tenere lontani gli spiriti maligni. E’per questo motivo che, alla fine delle celebrazioni, le candele venivano spente con un soffio: a festa ormai finita gli spiriti malvagi si allontanavano da soli e il fuoco non serviva più. Successivamente in Germania nacque la tradizione di tenere accese tutte le luci di casa nel giorno del compleanno di uno dei suoi abitanti. Questa usanza si tramutò poi nella festa del bambino, in uso nelle campagne tedesche. Il “fortunato” che compiva gli anni veniva svegliato prestissimo dal profumo di una torta gigante preparata solo per lui. Su questa torta venivano accese le candeline dalla mattina fino a sera. Nel mondo antico – in Egitto, Grecia, Roma e Persia – si celebrava il genetliaco di divinità, re e nobili. In Mesopotamia ed Egitto, culla della civiltà, furono anche i primi paesi in cui gli uomini usavano ricordare e festeggiare il compleanno. Nei tempi antichi era importante tenere una registrazione del giorno della nascita soprattutto perché era essenziale per fare l’oroscopo. Per alcune divinità pagane si festeggiava la ricorrenza della nascita. Per esempio il 24 maggio i romani commemoravano la nascita della dea Diana e il giorno dopo quella di Apollo. Quindi le feste di compleanno erano inizialmente legate al paganesimo, non alle successive religioni monoteiste. L’offerta di doni in particolari occasioni era spesso dettata da timori superstiziosi, come nel caso dei doni di compleanno Anche nell’antica Grecia lo scopo speciale della celebrazione dei compleanni era quello di invocare l’aiuto del Buon Demone (agathos daimon). I greci credevano che ognuno avesse uno spirito protettore o dèmone che era presente alla nascita e vigilava su di lui durante la sua vita. Anche i romani accettarono e condivisero questa idea. Tale condizione si consolidò in futuro e riuscì a tramandarsi nel pensiero religioso dell’uomo: la ritroviamo nell’angelo custode, nella fata buona, nel santo patrono e cosi via. Nella credenza popolare, le candeline sono dotate di uno speciale potere magico, capace di esaudire i desideri. Le candeline accese perpetuano gli antichi riti dei fuochi sacrificali che hanno avuto un particolare significato mistico sin da quando l’uomo ha eretto i primi altari ai suoi dei. Che dire del tradizionale augurio di “Buon compleanno”? Trae le sue origini dalla magia. La stregoneria viene impiegata soprattutto per gettare incantesimi, buoni e cattivi. Si è specialmente sensibili a tali incantesimi nel giorno del compleanno, perché in quel tempo i propri spiriti sono in giro. Gli auguri di buon compleanno possono esercitare un’influenza buona o cattiva perché quel giorno si è più vicini al mondo degli spiriti. L’origine pagana di diverse usanze associate ai compleanni ha costituito una barriera, una negazione, un rifiuto, alle religioni successive, prima ebraiche e poi cristiane, che inizialmente non le hanno né accettate né condivise. La lettura delle Sacre Scritture menziona infatti solo due casi di celebrazioni di compleanni che riguardano entrambe personaggi pagani: un faraone d’Egitto e Erode Antipa.

In che anno saremmo senza Cristo?


Senza Gesù Cristo oggi noi conteremmo gli anni facendo riferimento al calendario in uso al momento della sua nascita, cioè il calendario Giuliano, stabilito nel 46 a.C. da Giulio Cesare. Questo calendario contava gli anni a partire dalla fondazione di Roma, collocata nel 753 a.C.. Se così fosse, oggi saremmo nel 2769. In alternativa potremmo usare il calendario ebraico, che parte dal primo anno dell’era della creazione, l’Anno Mundi. In tal caso oggi saremmo addirittura nel 5776.

Fonte Rivista FocusD&R