🧜‍♀️ L’arte della cosmesi nei secoli 🧚🏻‍♀️


Fin dall’antichità, l’uomo (e la donna) ha sempre cercato di migliorare il suo aspetto fisico e ogni epoca ha avuto i suoi canoni di bellezza.

Per gli Egizi, sinonimo di bellezza era rappresentato dalla forma dell’occhio che veniva allungato verso l’esterno per aprire lo sguardo con una specie di eyeliner. Il trucco non aveva solo finalità estetiche, ma costituiva una protezione contro il sole e la polvere. L’impasto era chiamato Kohl o il Mirwed, a seconda della composizione. Le sostanze usate erano: carbonato di rame, ottenuto dalla malachite, per il colore verde e la galena, ossia il solfuro di piombo, per il colore scuro. Le polveri venivano poi poi mescolate con acqua, grassi e resine.

I Greci e i Romani consideravano i migliori cosmetici quelli che provenivano dal Medio Oriente, per la qualità delle materie prime. Per questi popoli, l’ossessione erano i capelli: nonostante la diffusione della tonalità scura, il biondo era più apprezzato. Per questo, usavano schiarirsi la tonalità dei capelli, utilizzando soda, sapone di olio e soluzioni alcaline provenienti dai Fenici. Per il colore, utilizzavano una miscela di polline, farina gialla e polvere d’oro. Non solo il colore. I Greci impararono a utilizzare un ferro per capelli in grado di creare i riccioli per ottenere acconciature complesse necessarie per distinguersi dai barbari del Nord, che portavano capelli corti e spettinati. Erano soliti utilizzare pettini in osso, bronzo o avorio, spesso riccamente decorati, e, ovviamente, il ferro per arricciare. I Romani, inoltre, ricercavano spasmodicamente prodotti che rendessero la pelle chiara, simbolo di bellezza e nobiltà. Così si diffuse il bianco di piombo, un pigmento pittorico, e l’usanza di abbellirsi con i colori usati per dipingere resta in uso fino al Barocco.

Nel Medioevo l’ideale di bellezza cambiò: la donna per essere perfetta doveva avere i capelli chiari, un viso tondo e roseo, la bocca piccola e gli occhi grandi. La fronte doveva essere ampia e perciò si bruciavano i bulbi piliferi con un composto estremamente pericoloso fatto di calce viva e arsenico. Per dilatare gli occhi, ricorrevano a colliri ottenuti dalla pianta di belladonna (da qui l’epiteto) che dilatava le pupille. Un rimedio pericoloso perché la belladonna contiene atropina, che produce allucinazioni, confusione e intossicazioni.

Nel Barocco utilizzarono le prime maschere anti-age ottenute con impacchi di sublimato di mercurio, utile a cancellare le rughe nonostante gli effetti collaterali come l’annerimento dei denti Per le labbra veniva usato un misto di allume, gomma arabica e cocciniglia, chiamato fattibello, che bruciava la zona rendendola rossa. La cocciniglia talvolta veniva sostituita con il mercurio o lo zolfo, peggiorando ulteriormente l’effetto corrosivo.

Verso la seconda metà del XIX secolo il canone di bellezza mutò radicalmente: il corsetto doveva essere strettissimo per ridisegnare la vita, la pelle delle ragazze vittoriane doveva essere bianca pallida. Il sole era bandito: cappelli, velette e ombrellini erano d’obbligo durante le passeggiate. Per ottenere l’effetto pallore, si iniziò ad usare la polvere di zinco, antenato del fard. Gli ombretti contenevano polvere di piombo e solfuro di antimonio, per i rossetti invece, la base era il solfuro di mercurio.

Con la rivoluzione industriale e la scoperta di nuove sostanze si ebbe un’impennata nella produzione di lozioni ottenuti con la lavorazione delle materie chimiche. Ad esempio i prodotti cosmetici per il viso per l’eliminazione delle lentiggini, imperfezioni non gradite composti da mercurio. Solo nel 1970 i prodotti cosmetici a base di mercurio furono banditi dalla cosmesi. Un’invenzione del 1900 è il mascara, composto originariamente da catrame di carbone, il “Lash Lure”, altamente tossico, che provocava cecità e, nei casi estremi, addirittura la morte. Dopo aver riconosciuto diversi casi sospetti di decesso, ne venne vietata la vendita nel 1940.

DESTRA O SINISTRA? ✧༺🚗🚕༻✧


Curiosità, anche in Italia si viaggiava a sinistra. Nell’Italia unita, si teneva a volte la sinistra e a volte la destra.
Il Regio decreto n. 416 del 28 luglio 1901 confermò il diritto di ogni provincia di scegliere
la direzione di marcia dei veicoli (ad esempio mentre a Brescia e alla periferia di Milano si
teneva la destra a Roma e nel centro di Milano,Genova,Torino, si teneva la sinistra).
A seguito dei disastrosi
ingorghi che vi furono durante la Prima guerra mondiale e degli incidenti causati dall’aumentato
traffico automobilistico nella confusione delle regole, fu emanato da Mussolini il regio
decreto del 31 dicembre del 1923 che impose al Paese la «mano destra unica» e accordò una
proroga di due anni per approntare la nuova segnaletica e riadattare le tramvie.
A Roma il cambio di senso di marcia avvenne il 20
ottobre 1924. A Milano, ultima città in Italia, il cambio avvenne il 3 agosto 1926.

la forza di una bacca


Il piccolo stagno sonnecchiava perfettamente immobile nella calura estiva.
Pigramente seduto su una foglia di ninfea, un ranocchio teneva d’occhio un insetto dalle lunghe zampe che stava spensieratamente pattinando sull’acqua. Presto sarebbe stato a tiro e il ranocchio ne avrebbe fatto un solo boccone, senza tanta fatica.
Poco più in là, un altro minuscolo insetto acquatico, un ditisco, guardava in modo struggente una graziosa ditisca. Non aveva il coraggio di dichiararle il suo amore e si accontentava di ammirarla da lontano.
Sulla riva a pochi millimetri dall’acqua un fiore piccolissimo, quasi invisibile, stava morendo di sete. Proprio non riusciva a raggiungere l’acqua, che pure era così vicina. Le sue radici si erano esaurite nello sforzo.
Un moscerino invece stava annegando; era finito in acqua per distrazione. Ora le sue piccole ali erano appesantite e non riusciva a risollevarsi, e l’acqua lo stava inghiottendo.
Un pruno selvatico allungava i suoi rami sullo stagno. Sulla estremità del ramo più lungo, che si spingeva quasi al centro dello stagno, una bacca scura e grinzosa, giunta a piena maturazione, si staccò e piombò nello stagno.
Si udì un “pluf!” sordo, quasi indistinto, nel gran ronzio degli insetti.
Ma dal punto in cui la bacca era caduta in acqua, solenne e imperioso, come un fiore che sboccia, si allargò il primo cerchio nell’acqua, lo seguì il secondo, il terzo, il quarto…
L’insetto dalle lunghe zampe fu carpito dalla piccola onda e messo fuori portata dalla lingua del ranocchio.
Il ditisco fu spinto verso la ditisca e la urtò: si chiesero scusa e si innamorarono.
Il primo cerchio sciabordò sulla riva e un fiotto d’acqua scura raggiunse il piccolo fiore che riprese a vivere.
Il secondo cerchio sollevò il moscerino e lo depositò su un filo d’erba della riva, dove le sue ali poterono asciugare.

Quante vite cambiate per qualche insignificante cerchio nell’acqua.

Sorpresa!


Mercoledì sera c’è stata la messa a suffragio di mia madre in occasione del terzo mese della sua morte. Tra gli amici più cari, una di esse mi offre un sacchettino tutto ben confezionato. Non immaginavo davvero cosa poteva esserci. Mi ha spiegato che quando è nata la sua prima figlia- mia mamma le ha fatto dono di tutti i miei vestitini da bebè. Lei li accettò con piacere perché mi ha detto che erano tutti di ottima qualità e davvero molto carini. Ha usato tutto, ma uno ìn particolare l’ha conservato per ricordo ed ora me ne ha fatto dono in questa circostanza ricordando quanto bene voleva alla mia mamma. E’ stata una carezza di mamma.

MADRE



di Bruno Ferrero
(presbitero e scrittore italiano)

Una giovane donna ha lasciato questo breve scritto a sua madre:

“Quando pensavi che io non stessi guardando, hai appeso il mio primo disegno al frigorifero e ho avuto voglia di continuare a stare a casa nostra per dipingere.

Quando pensavi che io non stessi guardando, hai cucinato apposta per me una torta di compleanno e ho capito che le piccole cose possono essere molto speciali.

Quando pensavi che io non stessi guardando, hai recitato una preghiera e io ho cominciato a credere nell’esistenza di un Dio con cui si può sempre parlare.

Quando pensavi che io non stessi guardando, mi hai dato il bacio della buonanotte e ho capito che mi volevi bene.

Quando pensavi che io non stessi guardando, ho visto le lacrime scorrere dai tuoi occhi e ho imparato che, a volte, le cose fanno male, ma che piangere fa bene.

Quando pensavi che io non stessi guardando, hai sorriso e ho avuto voglia di essere gentile come te.

Quando pensavi che io non stessi guardando, ti sei preoccupata per me e io ho avuto voglia di diventare me stessa.

Quando pensavi che io non stessi guardando, io guardavo e ho voluto dirti grazie per tutte quelle cose che hai fatto, quando pensavi che non stessi guardando”.

(da: “La vita è tutto quello che abbiamo”)

CHE COSA SONO I GIORNI DELLA FARFALLA DORATA?


Un periodo dell’anno durante il quale, in una località boscosa situata sul promontorio Caprione, in Liguria, si verifica un affascinante fenomeno luminoso: una sagoma dorata dalle sembianze di farfalla appare su un megalite a forma di fallo. Ciò avviene quando, al tramonto, i raggi solari attraversano il “tetralithon”, struttura composta da quattro rocce lavorate. Il fenomeno è ben distinguibile nei sei giorni a cavallo del solstizio d’estate (21 giugno), ma è percepibile, seppur deformato, in un arco di tempo che va dal 25 maggio al 29 luglio. Lo studioso di archeoastronomia Enrico Calzolari afferma che il tetralithon è stato assemblato dall’uomo nel VII millennio a.C. per stabilire il passaggio alla nuova stagione.

Fonte Rivista FocusD&R