Maternità di Maria di Nazareth


Quest’anno avrebbe compiuto 101 anni. Ma se n’è andata nel giugno 2014, trent’anni dopo aver svelato, con un viaggio dalla California al Veneto, terra dei suoi sfortunati genitori, un mistero incredibile. Quel mistero riguardava la sua famiglia e l’emigrazione italiana con i suoi drammi. Quel mistero è racchiuso in un’immagine che tutti conosciamo, ignorandone i segreti. A 64 anni, nel 1984, per la prima volta a Venezia da dove i suoi erano partiti, suor Angela Marie Bovo, nata a Oakland, in California, nel 1920, finalmente capì. Capì chi erano i genitori che lei e i suoi fratelli avevano perso. Capì il significato di quella strana posa nell’ultima foto della vecchia mamma, che strana lo era stata per tanto tempo: quasi mezzo secolo trascorso in ospedali psichiatrici, la mente sconvolta dal trauma di un marito morto lasciandola con dieci bocche da sfamare, in un Paese in cui lei non apriva bocca perché non ne parlava la lingua. E capì grazie a un quadro, che tutti conosciamo. Come i suoi nove fratelli, suor Angela Marie Bovo era cresciuta in orfanotrofio, prima di prendere i voti e farsi suora. Ma non aveva mai rinunciato a cercar di scoprire le proprie radici. Qual era la storia di quella mamma, partita giovanissima col marito dall’Italia e impazzita dopo una tragedia familiare? La madre si chiamava Angelina Cian, era nata a Venezia ed era la seconda di dodici figli. Quando era undicenne, il pittore Roberto Ferruzzi – un pittore non professionista, avvocato di professione – colpito dalla sua grazia mentre accudiva il fratellino Giovanni, le aveva chiesto di posare col bimbo in braccio, per un quadro che diventò successivamente il più noto simbolo della maternità di Maria di Nazareth al mondo. Il dipinto vinse la Biennale di Venezia del 1897. In origine era intitolato “La Zingarella” ma ebbe un tale successo popolare come immagine della madre di Gesù che lo stesso pittore lo ribattezzò “Madonnina”. Passato più volte di mano per cifre consistenti, il quadro sarebbe stato infine acquistato dell’ambasciatore americano in Francia, che volle portarlo negli Stati Uniti. Purtroppo il dipinto sarebbe andato disperso nell’oceano con una nave affondata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Tuttavia, prima della partenza, era stato riprodotto fotograficanente dai Fratelli Alinari di Firenze, i quali ne erano stati proprietari per un certo periodo e ne fecero la fortuna con infinite stampe fotografiche, diffuse ovunque con titoli diversi. Infatti, il dipinto è attualmente considerato l’immagine della Madonna con il Bambino Gesù più diffusa, più riprodotta e più nota al mondo. Tuttavia, i fratelli Alinari avevano fotografato il dipinto in bianco e nero, per cui le migliaia di riproduzioni che tuttora sono in circolazione riportano colori del tutto arbitrari, che sicuramente non sono quelli del dipinto originale, andato perduto. Angelina Cian, che ad undici anni aveva posato per il quadro di Ferruzzi, sposatasi con Antonio Bovo, emigrò con lui negli Stati Uniti. Arrivata in California nell’anno del terremoto che distrusse San Francisco (1906), non apprese mai l’Inglese. Mise al mondo dieci figli ed il suo equilibrio psichico precipitò con la morte prematura del marito nell’anno della Grande Crisi (1929); in seguito al tracollo psichico, Angelina fu rinchiusa in manicomio. Non aveva raccontato a nessuno di quel quadro, dopo che i genitori l’avevano rimproverata ritenendo sconveniente che da ragazzina avesse fatto da modella. I suoi figli finirono tutti in orfanotrofio. Sappiamo che una di loro, Mary, prese i voti e divenne suor Angela Marie. Nella mente sconvolta di Angelina il ricordo di quel quadro non si era perso. Un giorno si alzò da una panchina del manicomio in silenzio, si coprì con un velo e davanti all’obiettivo si mise nella stessa posa di quel quadro. Fu la sua ultima foto: morì poco dopo, nel 1972. Quando, nel 1984, suor Angela Maria venne a Venezia, alla ricerca delle tracce di sua madre, ebbe la fortuna di trovare in un convento veneziano una giovane suora americana che si appassionò alla sua ricerca, aiutandola a districarsi nell’archivio dell’anagrafe, sino alla scoperta delle due vecchie zie, sorelle della madre ed ancora viventi, che andò a trovare ed assieme alle quali ricostrì la storia della vita di sua madre. Quel mistero, racchiuso nell’immagine più popolare al mondo della Madonna, impersonata in realtà da una bambina, fu svelato grazie a una suora nata in America, che aveva scoperto d’esser figlia di quella ragazzina italiana povera, emigrata negli Stati Uniti, madre giovanissima di dieci figli, vedova giovanissima e resa folle dalle disgrazie che fecero seguito alla morte del marito. Ed anche grazie ad una giovane suora americana trapiantata a Venezia, dell’ordine delle Suore di Carità.

DAL WEB-

Meditazione dalla lettera apostolica Patris Corde


San Giuseppe era un carpentiere che ha lavorato onestamente per garantire il sostentamento della sua famiglia. Da lui Gesù ha imparato il valore, la dignità e la gioia di ciò che significa mangiare il pane frutto del proprio lavoro.

In questo nostro tempo, nel quale il lavoro sembra essere tornato a rappresentare un’urgente questione sociale e la disoccupazione raggiunge talora livelli impressionanti, anche in quelle nazioni dove per decenni si è vissuto un certo benessere, è necessario, con rinnovata consapevolezza, comprendere il significato del lavoro che dà dignità e di cui il nostro Santo è esemplare patrono.

Il lavoro diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione; il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per quel nucleo originario della società che è la famiglia. Una famiglia dove mancasse il lavoro è maggiormente esposta a difficoltà, tensioni, fratture e perfino alla tentazione disperata e disperante del dissolvimento. Come potremmo parlare della dignità umana senza impegnarci perché tutti e ciascuno abbiano la possibilità di un degno sostentamento?

La persona che lavora, qualunque sia il suo compito, collabora con Dio stesso, diventa un po’ creatore del mondo che ci circonda. La crisi del nostro tempo, che è crisi economica, sociale, culturale e spirituale, può rappresentare per tutti un appello a riscoprire il valore, l’importanza e la necessità del lavoro per dare origine a una nuova “normalità”, in cui nessuno sia escluso. Il lavoro di San Giuseppe ci ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare. La perdita del lavoro che colpisce tanti fratelli e sorelle, e che è aumentata negli ultimi tempi a causa della pandemia di Covid-19, dev’essere un richiamo a rivedere le nostre priorità. Imploriamo San Giuseppe lavoratore perché possiamo trovare strade che ci impegnino a dire: nessun giovane, nessuna persona, nessuna famiglia senza lavoro!

7. PADRE NELL’OMBRA

Lo scrittore polacco Jan Dobraczyński, nel suo libro L’ombra del Padre, ha narrato in forma di romanzo la vita di San Giuseppe. Con la suggestiva immagine dell’ombra definisce la figura di Giuseppe, che nei confronti di Gesù è l’ombra sulla terra del Padre Celeste: lo custodisce, lo protegge, non si stacca mai da Lui per seguire i suoi passi. Pensiamo a ciò che Mosè ricorda a Israele: «Nel deserto […] hai visto come il Signore, tuo Dio, ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino» (Dt 1,31). Così Giuseppe ha esercitato la paternità per tutta la sua vita.

Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti.

Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre. Anche la Chiesa di oggi ha bisogno di padri. È sempre attuale l’ammonizione rivolta da San Paolo ai Corinzi: «Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri» (1 Cor 4,15); e ogni sacerdote o vescovo dovrebbe poter aggiungere come l’Apostolo: «Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo» (ibid.). E ai Galati dice: «Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi!» (4,19).

Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. Forse per questo, accanto all’appellativo di padre, a Giuseppe la tradizione ha messo anche quello di “castissimo”. Non è un’indicazione meramente affettiva, ma la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù.

La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé. Non si percepisce mai in quest’uomo frustrazione, ma solo fiducia. Il suo persistente silenzio non contempla lamentele ma sempre gesti concreti di fiducia. Il mondo ha bisogno di padri, rifiuta i padroni, rifiuta cioè chi vuole usare il possesso dell’altro per riempire il proprio vuoto; rifiuta coloro che confondono autorità con autoritarismo, servizio con servilismo, confronto con oppressione, carità con assistenzialismo, forza con distruzione. Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione.

La paternità che rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli spalanca sempre spazi all’inedito. Ogni figlio porta sempre con sé un mistero, un inedito che può essere rivelato solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà. Un padre consapevole di completare la propria azione educativa e di vivere pienamente la paternità solo quando si è reso “inutile”, quando vede che il figlio diventa autonomo e cammina da solo sui sentieri della vita, quando si pone nella situazione di Giuseppe, il quale ha sempre saputo che quel Bambino non era suo, ma era stato semplicemente affidato alle sue cure. In fondo, è ciò che lascia intendere Gesù quando dice: «Non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste» (Mt 23,9).

Tutte le volte che ci troviamo nella condizione di esercitare la paternità, dobbiamo sempre ricordare che non è mai esercizio di possesso, ma “segno” che rinvia a una paternità più alta. In un certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe.



PER APPROFONDIRE

Datemi torto se riuscite


MUOIOOOOO🤣🤣🤣

La matrigna di Biancaneve dopo aver sposato il sovrano vedovo trova il modo di assassinarlo. Non contenta, sapendo che avrebbe solo temporaneamente ereditato il gruzzolo e il trono, convince il guardacaccia a portare la figliastra nel bosco e sgozzarla (circonvenzione di incapace, omicidio premeditato, istigazione a delinquere). E vuole il cuore in pegno come testimonianza dell’avvenuto infanticidio (vilipendio di cadavere, mutilazione di cadavere). Poi, lasciando stare che la stronza non riesca a distinguere il cuore di una cerva da quello di una donna… (ritardata), la fanciulla si rifugia per mesi presso 7 nani. Sette!
Ricordate che è minorenne ( …..)
Alla fine la maledetta decide di avvelenarla con uno stratagemma, (furto di identità, tentato omicidio, spaccio di arte medica, detenzione di veleni senza autorizzazione).
Lei si addormenta, non muore. Va in coma.
Alla fine il principe azzurro la bacia e la sveglia dal coma.
Oh… è la prima cosa non orrenda che le capita da anni… lei si innamora e lo sposa, eredita trono, regno, quattrini e accoppa la stronza.
E in tutto questo delirio di crimini che manco tre puntate di quarto grado, voi altri ritardati acefali vi preoccupate che il bacio del principe non fosse “consensuale”.
A voi da piccoli v’hanno menato troppo poco. Oppure v’hanno menato solo sulla testa.

Copiato e incollato….non potevo farne a meno..😅😂🤣

Se avesse potuto dirti:


Vi dicevo prima di un altro scritto, ecco qui mi sono immaginata cosa avrebbe detto in modo particolare la mia mamma a Simona che diventata mamma tornava nella sua casetta con un esserino prezioso da amare e custodire.

Posso solo immaginare la felicità di mio padre a veder Simona diventar mamma: lui che l’amava piu’ della sua stessa vita, lui che ha anticipato la pensione per potersela godere, ed aiutarmi mentre lavoravo. Un uomo eccezionale che da lassù la ammira per la donna che è diventata. Per naturalezza delle cose, però ho pensato che parlasse mia madre, vuoi perché la sua mancanza è piu’ recente, vuoi perché <donna> dalla quale discendiamo.

Cara Simona,

da qualche parte avevo letto che impariamo a essere figli quando siamo padri, e padri quando siamo nonni; e per questo anche se non ci sono fisicamente in questo momento cosi gioioso della tua vita, lascio esprimere a mia figlia cosa vorrei dirti se potessi esser li con voi.

Mi sembra ieri che io a mia volta ho avuto la tua mamma, tutta sola e in una terra dove con la lingua straniera mi sono dovuta arrangiare da subito.

Mi sembra, ieri che la tua mamma è arrivata a casa mia con un paio di scarpette per annunciarmi il tuo prossimo arrivo. Che emozione, indescrivibile!!!

Comunque, siamo tre generazioni di bimbe e poi donne straordinarie. Che forza che siamo!

Volevo farti sapere che benedico te, e la nostra piccola Vittoria, vi auguro che sia fonte di soddisfazioni e di amore come tu lo sei stata per noi.

Parlale di me, quando sarà grande, dille quanto l’avrei amata se fossi stata li, ma dille che l’amo anche da quassù, e che se lei mi cercherà nel suo cuore, mi troverà.

Mi sono persa gli attimi piu’ belli della tua vita: il matrimonio, e la nascita della mia pronipote mannaggia la peppina, però ora da quassù posso vedere che in realtà sono sempre stata con voi anche in quei giorni, perché voi mi portavate nel cuore, come io faccio sempre con voi.

Congratulazioni e gioia sia – per voi neo genitori e tanti bacini di benvenuto a questo nuovo immenso amore che riempierà le vostre vite.

Nonna Francesca.

Il primo mese di te ✿❀ԑ̮̑ঙ¸


E’ gia passato un mese dalla nascita di Vittoria, ed il tempo corre sempre piu’ in fretta.

Oggi con il permesso di mia figlia voglio condividere con voi la lettera che le ho fatto trovare a casa al ritorno dell’ospedale.

La prima sarà quella da parte mia e di mio marito, ne seguirà un’altra che vi spiegherò poi.

Eccola:

Cara Vittoria,

hai concluso il tuo viaggio, tutto è andato come previsto e la tua vita sulla terra sta iniziando ora.

Dal tuo sguardo, appena arrivata in mezzo a noi, si è capito il tuo stupore.

Ti era stato detto, durante i lunghi mesi in cui ti stavi preparando per questo atterraggio, che avresti trovato tanta gente intorno a te, già in ospedale. E invece… solo la mamma, un dottore, un’infermiera e, forse, anche il papà. E i nonni? E gli zii?

Dove sono spariti tutti? Che strana cosa: ti era stato detto anche, sempre nel tuo viaggio durato nove mesi, che all’uscita dall’ospedale avresti sentito rumori, tanti, di persone, di macchine, di bus e taxi, ma di non spaventarti perchè è tutto normale, fa parte della vita quaggiù. E di nuovo hai sgranato gli occhi. Sì, perchè, all’uscita dall’ospedale… silenzio. Poche persone che camminano, con una strana cosa in faccia che copre il naso e la bocca; poi hai visto tante persone, una dietro l’altra ma a distanza di uno o due metri, lungo un marciapiedi, che avanzano lentamente appena una di loro esce da una porta

E ti era stato anche sussurrato, per farti pregustare la gioia dell’attesa, che al tuo arrivo nella tua casa avresti trovato tanta gente a far festa, invece… nessuno. Silenzio. Dove sono finiti tutti? Che strana cosa…

E ti era stato promesso che, passati i primi giorni, la mamma e il papà ti avrebbero sistemato in una carrozzina e portato a villa Serra per la tua prima passeggiata fuori, visto che saresti arrivato in un periodo molto bello dell’anno, la primavera. E invece chissa’ li vedrai con la mascherina e ti sembreranno strani ..

È solo che… non ti era stato detto che la vita è fatta di imprevisti, e che ci sono imprevisti più imprevedibili di altri. D’accordo, un giorno saprai che i grandi vanno sulla luna, solcano gli oceani, si immergono negli abissi marini, scalano le montagne più alte del mondo e riescono persino a volare. Prevedono che tempo farà domani o dopodomani e anche fra una settimana. Riescono anche a prevedere gli andamenti dei mercati finanziari (almeno entro i prossimi tre giorni) ma… questa cosa, davvero, non l’avevano neanche immaginata. Che un minuscolo, invisibile granellino sarebbe entrato nella grande ruota dell’ingranaggio e avrebbe fermato quasi tutto… proprio no.

Cara Vittoria, anche se ora ti sembra tutto diverso da come ti era stato raccontato… continua a sperare nel futuro radioso che ti abbiamo promesso.

Perchè – devi sapere – la vita, quando lo decide, presenta degli intervalli e questo ne è un esempio: c’era un PRIMA e ci sarà un DOPO e, in mezzo, ci siamo noi. Fragili ma non deboli, che viviamo e impariamo, e grazie a te anche questa parentesi strana nella nostra vita ora abbiamo un motivo per sorridere!

Grazie, per aver fatto nascere con te anche una mamma ed un papà, ora l’amore perfetto è arrivato con te.

Con immenso amore e benedizioni nonni Rosa e Lillo

5 maggio


Ei fu. Siccome immobile, 
dato il mortal sospiro, 
stette la spoglia immemore 
orba di tanto spiro, 
così percossa, attonita 
la terra al nunzio sta, 
muta pensando all’ultima 
ora dell’uom fatale; 
né sa quando una simile 
orma di pie’ mortale 
la sua cruenta polvere 
a calpestar verrà. 
Lui folgorante in solio 
vide il mio genio e tacque; 
quando, con vece assidua, 
cadde, risorse e giacque, 
di mille voci al sònito 
mista la sua non ha: 
vergin di servo encomio 
e di codardo oltraggio, 
sorge or commosso al sùbito 
sparir di tanto raggio; 
e scioglie all’urna un cantico 
che forse non morrà. 
Dall’Alpi alle Piramidi, 
dal Manzanarre al Reno, 
di quel securo il fulmine 
tenea dietro al baleno; 
scoppiò da Scilla al Tanai, 
dall’uno all’altro mar. 
Fu vera gloria? Ai posteri 
l’ardua sentenza: nui 
chiniam la fronte al Massimo 
Fattor, che volle in lui 
del creator suo spirito 
più vasta orma stampar. 
La procellosa e trepida 
gioia d’un gran disegno, 
l’ansia d’un cor che indocile 
serve, pensando al regno; 
e il giunge, e tiene un premio 
ch’era follia sperar; 
tutto ei provò: la gloria 
maggior dopo il periglio, 
la fuga e la vittoria, 
la reggia e il tristo esiglio; 
due volte nella polvere, 
due volte sull’altar. 
Ei si nomò: due secoli, 
l’un contro l’altro armato, 
sommessi a lui si volsero, 
come aspettando il fato; 
ei fe’ silenzio, ed arbitro 
s’assise in mezzo a lor. 
E sparve, e i dì nell’ozio 
chiuse in sì breve sponda, 
segno d’immensa invidia 
e di pietà profonda, 
d’inestinguibil odio 
e d’indomato amor. 
Come sul capo al naufrago 
l’onda s’avvolve e pesa, 
l’onda su cui del misero, 
alta pur dianzi e tesa, 
scorrea la vista a scernere 
prode remote invan; 
tal su quell’alma il cumulo 
delle memorie scese. 
Oh quante volte ai posteri 
narrar se stesso imprese, 
e sull’eterne pagine 
cadde la stanca man! 
Oh quante volte, al tacito 
morir d’un giorno inerte, 
chinati i rai fulminei, 
le braccia al sen conserte, 
stette, e dei dì che furono 
l’assalse il sovvenir! 
E ripensò le mobili 
tende, e i percossi valli, 
e il lampo de’ manipoli, 
e l’onda dei cavalli, 
e il concitato imperio 
e il celere ubbidir. 
Ahi! forse a tanto strazio 
cadde lo spirto anelo, 
e disperò; ma valida 
venne una man dal cielo, 
e in più spirabil aere 
pietosa il trasportò; 
e l’avvïò, pei floridi 
sentier della speranza, 
ai campi eterni, al premio 
che i desideri avanza, 
dov’è silenzio e tenebre 
la gloria che passò. 
Bella Immortal! benefica 
Fede ai trïonfi avvezza! 
Scrivi ancor questo, allegrati; 
ché più superba altezza 
al disonor del Gòlgota 
giammai non si chinò. 
Tu dalle stanche ceneri 
sperdi ogni ria parola: 
il Dio che atterra e suscita, 
che affanna e che consola, 
sulla deserta coltrice 
accanto a lui posò.

L’ode il Cinque Maggio fu scritta, di getto, in soli tre o quattro giorni, dal Manzoni commosso dalla conversione cristiana di Napoleone avvenuta prima della sua morte (la notizia della morte di Napoleone si diffuse il 16 luglio 1821 e fu pubblicata nella “Gazzetta di Milano”).

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