LA CATENA E IL PETTINE


C’erano una volta due sposi il cui amore non aveva smesso di crescere dal giorno del loro matrimonio.
Erano molto poveri, ma ciascuno sapeva che l’altro portava nel cuore un desiderio inappagato: lui possedeva un orologio da tasca d’oro, ereditato dal padre e sognava di comprare una catena dello stesso metallo prezioso; lei aveva dei lunghi e morbidi capelli biondi e sognava un pettine di madreperla da poter infilare tra i capelli come un diadema.

Col passare degli anni avevano dimenticato pettine e catena, non ne parlavano più, ma dentro di loro nutrivano segretamente il sogno impossibile.
Il mattino del ventesimo anniversario di matrimonio, il marito vide la moglie venirgli incontro sorridente, ma con la testa quasi rasata, senza i suoi lunghi e bellissimi capelli.
“Che cosa hai fatto cara?” chiese, pieno di stupore.
La donna apri le sue mani nelle quali brillava una catena d’oro.
“Li ho venduti per comprare la catena d’oro del tuo orologio”.
“Ah,tesoro, che cosa hai fatto?” Disse l’uomo,aprendo le mani in cui splendeva un prezioso pettine di madreperla.
“Io ho venduto il mio orologio per comprarti il pettine che desideravi”
Si abbracciarono,senza più niente,ricchi soltanto uno dell’altro.

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L’ultimo posto


L’inferno era al completo ormai, e fuori della porta una lunga fila di persone attendeva ancora di entrare. Il diavolo fu costretto a bloccare all’ingresso tutti i nuovi aspiranti.
“E’ rimasto un solo posto libero, e logicamente deve toccare al più grosso dei peccatori”, proclamò. “C’è almeno qualche pluriomicida tra voi?”.
Per trovare il peggiore di tutti, il diavolo cominciò ad esaminare i peccatori in coda. Dopo un po’ ne vide uno di cui non si era accorto prima.
“Che cosa hai fatto tu?”, gli chiese.
“Niente. Io sono un uomo buono e sono qui solo per un equivoco”.
“Hai fatto certamente qualcosa”, ghignò il diavolo, “tutti fanno qualcosa”.
“Ah, lo so bene”, disse l’uomo convinto, “ma io mi sono sempre tenuto alla larga. Ho visto come gli uomini perseguitavano altri uomini, ma non ho partecipato a quella folle caccia. Lasciano morire di fame i bambini e li vendono come schiavi; hanno emarginato i deboli come spazzatura. Non fanno che escogitare perfidie e imbrogli per ingannarsi a vicenda. Io solo ho resistito alla tentazione e non ho fatto niente. Mai”.
“Assolutamente niente?”, chiese il diavolo incredulo. “Sei sicuro di aver visto tutto?”.
“Con i miei occhi!”.
“E non hai fatto niente?” ripeté il diavolo.
“No!”
Il diavolo ridacchiò: “Entra, amico mio. Il posto è tuo!”.

 

(Tratto da “Solo il vento lo sa” di Bruno Ferreo Editrice Elle Di Ci)

Il topo


Un topo, guardando da un buco che c’era nella parete, vide un contadino e sua moglie che stavano aprendo un pacchetto. Pensò a cosa potesse contenere e restò terrorizzato quando vide che dentro il pacchetto c’era una trappola per topi.  Corse subito nel cortile della fattoria per avvisare tutti: “C’è una trappola per topi in casa, c’è una trappola per topi in casa!”

 

La gallina che stava raspando in cerca di cibo, alzò la testa e disse: “Scusi, signor topo, io capisco che è un grande problema per voi topi, ma a me che sono una gallina non dovrebbe succedere niente, quindi, le chiedo di non importunarmi.”

 

Il topo, tutto preoccupato, andò dalla pecora e le disse: “C’è una trappola per topi in casa, una trappola!!!” – “Scusi, signor topo, non c’è niente che io possa fare, mi resta solamente da pregare per lei. Stia tranquillo,  la ricorderò nelle mie preghiere.”

 

Il topo, allora, andò dalla mucca, e questa gli disse: “Per caso, sono in pericolo…? Penso proprio di no!”

 

Allora il topo, preoccupato ed abbattuto, ritornò in casa pensando al modo di difendersi da quella trappola. Quella notte si sentì un grande fracasso, come quello di una trappola che scatta e afferra la sua vittima.  La moglie del contadino corse per vedere cosa fosse successo , e, nell’oscurità vide che la trappola aveva afferrato per la coda un grosso serpente. Il serpente velenoso, molto velocemente, morse la donna.

 

Subito, il contadino, la trasportò all’ospedale per le prime cure: Siccome la donna aveva la febbre molto alta le consigliarono una buona zuppa di brodo. Il marito allora afferrò un coltello e andò a prendere l’ingrediente principale:  la gallina.   Ma la malattia durò parecchi giorni e molti parenti andavano a far visita alla donna. Il contadino, per dar loro da mangiare, fu costretto ad uccidere la pecora.

 

La donna non migliorò e rimase in ospedale parecchio tempo più del previsto costringendo il marito a vendere la mucca al macellaio per poter far fronte a tutte le spese della malattia della moglie.

 

Quando senti che qualcuno ha un problema  e credi che non possa essere anche tuo o in qualche modo possa colpire anche te ….

pensaci molto bene… PENSACI DUE VOLTE !!!!

Il mondo non va male per la cattiveria dei cattivi ma per l’indifferenza dei buoni.

 

Il cavallo 🐴


Image and video hosting by TinyPicUn giorno, il cavallo di un contadino cadde in pozzo.
Non si ferì ma non potè uscire con le proprie forze,
per molte ore nitrì disperato
mentre il contadino pensava al da farsi.
Poi prese una decisone crudele: il cavallo era già vecchio e il pozzo secco che bisognava chiudere.
Non valeva la pena  sprecare energia x tirare fuori il cavallo dal pozzo.
Allora chiese aiuto per interrare vivo il cavallo.
Cominciarono a gettare terra nel pozzo
il cavallo si rese conto immediatamente delle loro intenzioni e pianse disperatamente.
Tuttavia, dopo che ebbero gettato molta terra il cavallo si calmò.
Il contadino guardò in fondo al pozzo e vide che ad ogni palata di terra
che cadeva sopra la schiena , il cavallo la scuoteva, salendo sopra la stessa
che cadeva ai suoi piedi.
Così riuscì ad arrivare alla bocca del pozzo e ad uscire da solo.
La vita ti getta addosso molta terra, soprattutto se sei già in un pozzo…
il segreto è scrollarsi la terra che abbiamo sulle spalle e salirci sopra.
Ciascuno dei nostri problemi è un gradino che ci conduce alla cima!

Chi è Teddy Bear?


il famoso orsetto porta il nome di un presidente americano appassionato di caccia al grizly che nel 1902 si era rifiutato di sparare ad un cucciolo di orso.

il famoso presidente era niente popò di meno che Theodore Roosvelt, repubblicano, il cui volto è scolpito sul monte Rushmore.

destino vuole che durante la battuta di caccia era presente anche un giornalista del washintong post, cosi la notizia del presidente che volle risparmiare l’orsetto fu presto pubblica.

secondo la leggenda, poi, due commercianti di dolciumi per abbellire la loro vetrina cucirono dei grosso orsetti di pezza, alla fine i clienti entravano nel negozio per comprare gli orsetti invece dei dolcetti….

 

I professori


Quando Gandhi studiava diritto all’università di Londra aveva un professore, Peters, che non lo sopportava; Gandhi, però, non era il tipo da lasciarsi intimidire. Un giorno il professore stava mangiando nel refettorio e Gandhi gli si sedette accanto. Il professore disse: – Signor Gandhi, lei sa che un maiale e un uccello non possono mangiare insieme? – Ok Prof, sto volando via…rispose Gandhi, che andò a sedersi a un altro tavolo. Il professore, profondamente infastidito, decise di vendicarsi al prossimo esame, ma Gandhi rispose brillantemente a tutte le domande. Allora decise di fargli la domanda seguente: – Signor Gandhi, immagini di stare per strada e di notare una borsa; la apre e vi trova la saggezza e molto denaro. Quale delle due cose tiene per sé? – Certamente il denaro, Prof. – Ah, io invece al posto suo avrei scelto la saggezza. – Lei ha ragione Prof; in fondo, ciascuno sceglie quel che non ha! Il professore, furioso, scrisse sul libretto la parola IDIOTA e glielo restituì. Gandhi lesse il risultato della prova e tornò subito indietro. – Professore, Lei ha firmato l’esame ma si è dimenticato di mettere il voto!

dal web:-)

l’importante è organizzarsi


Ero con amici in un ristorante e ho notato che il cameriere che ci ha preso l’ordinazione aveva un cucchiaio nel taschino della camicia,ma non ci ho fatto caso piu’ di tanto.pero’ mi sono accorto che ce l’aveva anche il ragazzo che ha apparecchiato…mi sono guardato intorno e ho visto che tutto il personale aveva un cucchiaio nel taschino.quando il cameriere e’ tornato,gli ho chiesto il perche’ del cucchiaio. “vede – mi ha spiegato – i titolari si sono rivolti alla “andersen-consulting” esperti in efficenza,per rivisionare le procedure del ristorante.dopo mesi di analisi statistiche,hanno concluso che i clienti fanno cadere il cucchiaio il 78% piu’ spesso che le altre posate, per un totale di circa 3 cucchiai all’ora. se il personale e’ pronto per queste evenienze, possiamo ridurre i viaggi cucina-sala, risparmiando 1.5 ore/uomo ogni sera. appena finito di parlare, da un tavolo vicino e’ caduto un cucchiaio. il cameriere l’ha sostituito subito, e ha spiegato: “ora ho tutto il tempo di prendere un altro di riserva con comodo, quando passero’ in cucina, invece di andarci apposta”. ero impressionato. il cameriere continuava a prendere gli ordini, e mentre i miei amici ordinavano,ho continuato a guardarmi intorno. mi sono accorto che ciascun cameriere aveva un cordino che dall’asola dei pantaloni finiva dentro la cerniera. la curiosita’ mi ha spinto a chiedere al cameriere che cosa fosse quel cordino.

“mi complimento per il suo spirito di osservazione, la andersen ha scoperto anche che potevamo risparmiare tempo in gabinetto.
ehm…tirandolo fuori col cordino,possiamo avvicinarlo all’orinatoio senza toccarlo,eliminando la necessita’ di lavarsi le mani cosi’ il
tempo trascorso in bagno si riduce ben del 58%.
“ok,capisco-ho detto io-il cordino vi aiuta a tirarlo fuori, ma come lo
rimettete dentro?”

 

“bhe ha sussurrato non so gli altri camerieri,ma io uso il cucchiaio!

(TROVATA SUL web)

15 aprile 1912


info dal web

Alle 23:40 (ora di bordo) i marinai del Titanic Fredrick Fleet e Reginald Lee vedono un iceberg in rotta di collisione con la nave, il capitano ordina di virare, offrendo direttamente il fianco della nave al blocco di ghiaccio.

Poco dopo la mezzanotte (ora di bordo) il transatlantico urta con la fiancata l’iceberg.

Secondo le cronache il Titanic ha una dotazione di 20 scialuppe di salvataggio (dotazione in regola con le vigenti norme di sicurezza navale), sufficienti per il trasporto di 1178 persone, mentre a bordo della nave pare ci fossero 2223 persone. Ma le scialuppe furono in parte sottoutilizzate o del tutto inutilizzate.

Circa 2 ore dopo l’affondamento del Titanic, giunse sul luogo del disastro il transatlantico inglese RMS Carpathia che trasse in salvo i superstiti.

I sopravvissuti furono complessivamente 705 mentre 1518 furono le vittime.

Il Carpathia venne affondato da un sommergibile tedesco il 17 Luglio 1918

teenager


teenager è……
………..qualcuno che riesce a sentire il suo
cantante preferito a tre isolati di distanza
ma nn sente la madre che chiama dalla
stanza vicina…
è…una persona che riesce a far funzionare
il computer senza prendere nemmeno
una lezione ma poi nn riesce a farsi
il letto….
…..è un conoscitore di 2 tipi di musica: alto volune
e altissimo volume…
…..  è una ragazzina che ha tante energie x girare in centro
ma poi è troppo stanca x asciugare i
piatti….
…… è una mente che pensa
” meno male che mia mamma nn
è mai stata una teenager”Sorpresa
….
ed invece ssssssssssssi…
 era solo ieri….

tra sacro e profano —->Il Santo delle Cose Perdute


Sant’Antonio è noto anche come il santo delle cose perdute. Sant’Antonio, infatti, fa ritrovare le cose.

Una filastrocca / preghiera recita infatti

“Sant’Antonio dalla barba bianca, fammi trovare quello che mi manca”.

I frati della basilica di Sant’Antonio conservano ancora una lettera giunta oltre 20 anni fa da Sud america, scritta da una signora che, indispettita con il Santo che non faceva trovare un marito alla figlia, gettò dalla finestra la statuetta di Sant’Antonio.

La statuettà colpì un passante, che diventò poi il genero della signora!

altri usano legare un  nodo di fazzoletto al piede del tavolo…

che dire? devo ricordarmi di provare!!!!

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Gli assessori


Due grandi amici studiavano insieme all’Università.

Dopo aver terminato gli studi trovano entrambi lavoro come Assessori ai Trasporti, ma in due Comuni diversi. Dopo qualche anno uno decide di invitare l’altro a casa sua.

Quando l’invitato arriva vede una villa immensa, con un giardino bellissimo e con intorno animali esotici che passeggiano qua e là, poi vede che il suo amico ha cinque macchine sportive una più costosa dell’altra, e così via.

Allora l’ospite stupito chiede al padrone di casa: “Ma come hai fatto a diventare così ricco in così poco tempo, mentre io sono un poveraccio?”

Al che il suo amico riccone gli ribatte: “Come sai bene sono l’Assessore ai Trasporti in questo Comune”. E l’altro: “E allora? Anch’io sono un Assessore …” “Sì, ma vedi quella strada lì in fondo?” “Sì!”

“Vedi, è bastato farla un po’ più stretta e usare materiali un po’ più scadenti …” Allora il suo amico più povero risponde: “Ah, adesso ho capito tutto!!!”.

Dopo qualche anno, quest’ultimo decide di invitare il suo amico ricco a casa. Quando questo arriva a casa dell’amico una volta povero, vede un super castello, con i giardini pensili, immensi boschi, centinaia di servitori, un enorme parco macchine, un jet privato ed un elicottero.

E allora stupefatto chiede al suo amico, prima povero, come abbia fatto a diventare così sfacciatamente ricco.

Al che il suo amico gli risponde: “Come sai anch’io sono l’Assessore ai Trasporti”. “E allora?”, risponde il primo ancora sotto shock per quello che ha visto. “E allora, vedi quell’autostrada lì in fondo?”

 

sito

un ranocchio


C’era una volta una gara di ranocchi.
L’obiettivo era arrivare in cima a una gran torre.
Si radunò molta gente per vedere e fare il tifo per loro.

Cominciò la gara.
In realtà, la gente probabilmente non credeva possibile che i ranocchi raggiungessero la cima, e tutto quello che si ascoltava erano frasi tipo:
“Che pena!!! Non ce la faranno mai!”.

I ranocchi cominciarono a desistere, tranne uno che continuava a cercare di raggiungere la cima.
La gente continuava:
“…Che pena!!! Non ce la faranno mai!”.

E i ranocchi si stavano dando per vinti tranne il solito ranocchio testardo che continuava ad insistere.
Alla fine, tutti desistettero tranne quel ranocchio che, solo e con grande sforzo, raggiunse alla fine la cima.

Gli altri volevano sapere come avesse fatto.
Uno degli altri ranocchi si avvicinò per chiedergli come avesse fatto a concludere la prova.

E scoprirono che… era sordo!

…Non ascoltare le persone con la pessima abitudine di essere negative… derubano le migliori speranze del tuo cuore!
Ricorda sempre il potere che hanno le parole che ascolti o leggi.
Per cui, preoccupati di essere sempre positivo!

Sii sempre sordo quando qualcuno ti dice che non puoi realizzare i tuoi sogni.

(fonte non specificata)

Io, Elisa Springer, ho visto Dio


(Elisa Springer, Il silenzio dei vivi, Marsilio Editori,1997)
Io, Elisa Springer, ho visto Dio. Ho visto Dio, percosso e flagellato, sommerso dal fango, inginocchiato a scavare dei solchi profondi sulla terra, con le mani rivolte verso il cielo, che sorreggevano i pesanti mattoni dell’indifferenza. Ho visto Dio dare all’uomo forza, per la sua disperazione, coraggio alle sue paure, pietà alle sue miserie, dignità al suo dolore. Poi… lo avevo smarrito, avvolto dal buio dell’odio e dell’indifferenza, dalla morte del mondo, dalla solitudine dell’uomo e dagli incubi della notte che scendeva su Auschwitz. Lo avevo smarrito… insieme al mio nome, diventato numero sulla carne bruciata, inciso nel cuore con l’inchiostro del male, e scolpito nella mente, dal peso delle mie lacrime… Lo avevo smarrito… nella mia disperazione che cercava un pezzo di pane, coperta dagli insulti, le umiliazioni, gli sputi, resa invisibile dall’indifferenza, mentre mi aggiravo fra schiene ricurve e vite di morti senza memoria.
Ho ritrovato Dio… mentre spingeva le mie paure al di là dei confini del male e mi restituiva alla vita, con una nuova speranza: io ero viva in quel mondo di morti. Dio era lì, che raccoglieva le mie miserie e sollevava il velo della mia oscurità. Era lì, immenso e sconfitto, davanti alle mie lacrime.

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da vikipedia……quante cose si imparano… ahhh


La dimora tradizionale di Babbo Natale cambia a seconda delle tradizioni. Negli Stati Uniti si sostiene che abiti al Polo Nord (situato per l’occasione in Alaska) mentre in Canada il suo laboratorio è indicato nel nord del paese[16]; in Europa è più diffusa la versione finlandese che lo colloca nel villaggio di Rovaniemi, in Lapponia. Altre tradizioni parlano di Dalecarlia, in Svezia, e della Groenlandia. Nei paesi dove viene identificato con San Basilio viene talvolta fatto abitare a Cesarea.

Con l’avvento di Internet, sono stati pubblicati alcuni siti web affinché i bambini e gli adulti interessati potessero simbolicamente seguire via radar il percorso di Babbo Natale.[17] In realtà si tratta di un jet della US Air Force che parte da una base canadese per arrivare a Città del Messico, ma l’intento di seguire le gesta di Babbo Natale sono di molto precedenti. Ad esempio, nel 1955 Sears Roebuck, un grande magazzino di Colorado Springs, negli Stati Uniti, distribuì ai bambini il fantomatico numero di telefono di Babbo Natale, da chiamare il giorno della vigilia. Per un errore di stampa il numero corrispondeva però al comando della difesa aerea, che allora si chiamava CONAD (Continental Air Defense Command), un precursore del NORAD (North American Aerospace Defense Command). Harry Shoup, il comandante di turno quella sera, quando cominciò a ricevere le prime telefonate dei bambini si rese conto dell’errore e disse loro che sui radar c’erano davvero dei segnali che mostravano Babbo Natale in arrivo dal Polo Nord.

Dal 1958, anno di creazione del NORAD, statunitensi e canadesi hanno approntato un programma congiunto di monitoraggio di Babbo Natale, che ora è disponibile sul sito web del comando della difesa aerea[18].Allo stesso modo, molte stazioni televisive locali sparse per il Canada e gli Stati Uniti danno conto ai propri telespettatori della posizione di Babbo Natale, facendolo seguire dai propri meteorologi.

Sono anche disponibili alcuni siti web che seguono Babbo Natale tutto l’anno, mostrando le attività che si svolgono presso la sua fabbrica di giocattoli. In molti casi sono pubblicati anche indirizzi e-mail a cui inviare una versione più moderna delle letterine cartacee a Babbo Natale.

Gli sforzi necessari


 Un giorno, apparve un piccolo buco in un bozzolo; un uomo che passava per caso, si mise a
guardare la farfalla che per varie ore, si sforzava per uscire da quel piccolo buco.
Dopo molto tempo, sembrava che essa si fosse arresa ed il buco fosse sempre della stessa
dimensione. Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva, e che non
avesse più la possibilità di fare niente altro. Allora l’uomo decise di aiutare la farfalla:
prese un temperino ed aprì il bozzolo.La farfalla uscì immediatamente. Però il suo corpo era
piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento. L’uomo
continuò ad osservare perché sperava che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si
aprissero e fossero capaci di sostenere il corpo, e che essa cominciasse a volare. Non
successe nulla! In quanto, la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per
terra con un corpo rattrappito e con le ali poco sviluppate.Non fu mai capace di volare. Ciò
che quell’uomo, con il suo gesto di gentilezza e con l’intenzione di aiutare non capiva, era
che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario affinché la farfalla
potesse trasmettere il fluido del suo corpo alle sue ali, così che essa potesse volare.
Era la forma con cui Dio la faceva crescere e sviluppare.
A volte, lo sforzo é esattamente ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita.
Se Dio ci permettesse di vivere la nostra esistenza senza incontrare nessun ostacolo,
saremmo limitati. Non potremmo essere così forti come siamo. Non potremmo mai volare.
Chiesi la forza… e Dio mi ha dato le difficoltà per farmi forte. Chiesi la sapienza…
e Dio mi ha dato problemi da risolvere. Chiesi la prosperità… e Dio mi ha dato cervello
e muscoli per lavorare. Chiesi di poter volare… e Dio mi ha dato ostacoli da superare.
Chiesi l’amore… e Dio mi ha dato persone con problemi da poter aiutare. Chiesi favori…
e Dio mi ha dato opportunità. Non ho ricevuto niente di quello che chiesi…
Però ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno.
Vivi la vita senza paura, affronta tutti gli ostacoli e dimostra che puoi superarli

Le candele della corona d’Avvento ♣


 
La prima candela si chiama Candela del Profeta. Ci rammenta che molti secoli prima della nascita del bambino Ge, uomini saggi chiamati profeti predissero la sua venuta. Un profeta di nome Michea predisse perfino che Ge sarebbe Nato a Betlemme! La seconda candela, chiamata Candela di Betlemme , ci ricorda la piccola città in cui nacque il nostro Salvatore. Noi raffiguriamo Maria e Giuseppe mentre stancamente vagano da una locanda all‘altra, senza riuscire a trovare un posto dove riposare, finchè alla fine sono condotti al riparo di una stalla. Poi, nella p sacra tra le notti, mentre risposavano nella stalla insieme ai miti animali, il figlio di Maria, il bambino Gesù, nacque! La terza candela è chiamata la Candela dei pastori, poic furono i pastori ad adorare il bambino Ge e a diffondere la lieta novella. La quarta candela è la Candela degli Angeli per onorare gli angeli e la meravigliosa novella che portarono agli uomini in quella notte mirabile. La sua funzione Data la sua origine, la corona di Avvento ha una funzione specificamente religiosa: annunciare lavvicinarsi del Natale soprattutto ai bambini, prepararsi ad esso, suscitare la preghiera comune, manifestare che Ge è la vera luce che vince le tenebre e il male. La corona di Avvento ha una forma circolare. Il cerchio è, fin dall’antichi, un segno di eterni e uni; Come l’anello, che è tutto un continuo, la corona è anche segno di fedeltà, la fedel di Dio alle promesse. . La corona è inoltre segno di regali e vittoria. Nellantica Roma si intrecciavano corone di alloro da porsi sul capo dei vincitori dei giochi o di una guerra. Anche oggi al conseguimento della laurea viene consegnata una corona di alloro. La corona di Avvento annuncia che il Bambino che si attende è il re che vince le tenebre con la sua luce. I rami sempre verdi dell‘abete o del pino che ornano la corona sono i segni della speranza e della vita che non finisce, eterna appunto. Per questo la vera corona non dovrebbe essere di terracotta, ceramica, pasta e sale… Quando accendere le candele. Le candele vanno accese una per settimana, al sabato sera o alla domenica, quando tutta la famiglia è riunita. Di solito laccensione è riservata al più piccolo, proprio perché questa tradizione è nata per preparare i bambini al Natale. Durante la settimana si possono accendere le candele (una per la prima settimana, due per la seconda ecc.) quando si prega o si mangia insieme, quando arriva un ospite
Prima domenica di Avvento Candela del profeta Candela della Speranza Cuore rosso
Seconda domenica di Avvento Candela di Betlemme Candela della chiamata universale alla salvezza Rosa rossa
Terza domenica di Avvento Candela dei Pastori Candela della gioia Stella
Quarta domenica di Avvento Candela degli angeli Candela dell’amore Arcobaleno

Il semaforo blu ↗↗↗


 

Gianni Rodari

 

Una volta a Milano, in piazza del Duomo, tutte le luci del semaforo ad un tratto,

si tinsero di blu e la gente non sapeva come regolarsi.

“Attraversiamo o non attraversiamo?” Da tutti i suoi occhi, in tutte le direzioni, il semaforo diffondeva l’insolito segnale blu, di un blu che il cielo di Milano

non era stato mai.

In attesa di capirci qualcosa gli automobilisti strepitavano e strombettavano, i motociclisti facevano ruggire lo scappamento e i pedoni più grassi gridavano:

“Lei non sa chi sono io ! ”  Gli spiritosi lanciavano frizzi: “Il verde se lo sarà

mangiato il commendatore, per farci una villetta in campagna. Il rosso lo hanno

adoperato per tingere i pesci ai Giardini. Col giallo allungano l’olio d’oliva. “

Finalmente arrivò un vigile e si mise a districare il traffico. Un altro vigile cercò

la cassetta dei comandi per riparare il guasto e tolse la corrente.

Prima di spegnersi il semaforo blu fece in tempo a pensare: “Poveretti. Io avevo

dato il segnale -via libera- per il cielo.

Se mi avessero capito ora tutti saprebbero volare. Ma forse gli è mancato

il coraggio.”

Gli uomini sono abituati, come gli automobilisti, a vivere con la testa china

sul volante, badando alla strada, ciascuno chiuso nella sua scatola di ferro,

preoccupati del lavoro, del denaro, delle mille “grane” quotidiane.

L’Avvento è come il semaforo blu. E’ qualcosa che ti dice: “Fermati.

Stai buttando via un tesoro. Non c’è solo la terra. Guarda su’ c’è anche il cielo.”

Ma è una voce esile e molti, spesso, la ignorano…

 

 

aveva fiducia in lui ♥


era la fine del mese di novembre,
il buio scendeva presto per le vie del paese
ma questo rendeva spettacolare il suo  passeggiare mano nella mano con il papà-
l’aria era pungente, ma niente li avrebbe convinti a rinunciare a quell’appuntamento serale cosi intimo e confidenziale.
L’atmosfera natalizia si respirava per le vie, dove gente frettolosa scorreva al loro fianco
in cerca di un dono, di un fiore o di un sorriso da condividere con i loro cari.
Le vetrine dei negozi erano addobbate con  torrone e panettoni  che appena   sfornati lasciavano una scia gustosissima ed un languorino in loro con  il desiderio che arrivasse presto  il compleanno di Gesù Bambino per festeggiarlo come si doveva ed assaggiare i dolci che poi durante l’anno intero non si sarebbero piu’ gustati.
Tutte le sere passavano davanti alla vetrina del negozio di giocattoli e li si soffermavano a lungo… c’erano tante cose belle da vedere: il trenino telecomandato, i lego, la pista delle macchinine, il rischiatutto in scatola…tutto era cosi incantevole che la concezione del tempo si perdeva…. ma gli occhi si trattenevano sempre sulla  stessa macchinina rossa a pedali,  oh quanto gli sarebbe piaciuto poterla ricevere in dono, ma pietro sapeva che era troppo costosa e che mamma e papà non avrebbero mai potuto comprargliela. Il giorno dopo a scuola con la maestra  scrissero la letterina a Gesù Bambino, cosi  in quell’occasione  dato che si fidava solo di lui e lo preferiva a Babbo Natale  ebbe il coraggio di confessare cosa avrebbe voluto ricevere. Ma scrisse di piu’… gli promise che se davvero l’avesse ricevuta il primo giro sulla macchinina rossa era con Lui.
Arrivò il Santo Natale e Pietro non rimase deluso -sbalordito per la sorpresa inaspettata al mattino si alzo’ presto ed usci’ di casa per giocare –  papà e mamma lo avrebbero raggiunto a messa…. quando  essi arrivarono trovarono il Parroco disperato perchè qualcuno aveva rubato  dal presepe la statuina di Gesù Bambino, ed era quasi ora che iniziasse la funzione religiosa e non sapeva davvero  come risolvere la questione. Improvvisamente però si spalancarono le porte della chiesa: era Pietro con la sua macchina rossa –

aveva solo mantenuto la promessa fatta.

la vita insegna


 Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
Che le circostanze e l’ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo  sempre responsabili di noi stessi.
Che siamo noi a controllare i nostri atti, o essi controlleranno noi,
 che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.
Che la pazienza richiede molta pratica.
Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.

Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.
Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.
Forse Dio vuole che incontriamo un po’ di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.
Quando la porta della felicità si chiude, un’altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.
La miglior specie d’amico è quel tipo con cui puoi stare insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti è come se fosse stata la miglior conversazione mai avuta.
Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un’ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.
Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.
Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.
Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino..

 
 

San Carlo 4 novembre


San Carlo Etimologia: Carlo = forte, virile, oppure uomo libero, dal tedesco arcaico Martirologio Romano: Memoria di san Carlo Borromeo, vescovo, che, fatto cardinale da suo zio il papa Pio IV ed eletto vescovo di Milano, Era nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, padroni e signori del Lago Maggiore e delle terre rivierasche. Era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l’uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Il giovane prese la cosa sul serio: studente a Pavia, dette subito prova delle sue doti intellettuali. Chiamato a Roma, venne creato Cardinale a soli 22 anni. Gli onori piovvero abbondanti sul suo cappello cardinalizio, poiché il Papa Pio IV era suo zio. Amante dello studio, fondò a Roma un’Accademia secondo l’uso del tempo, detta delle ” Notti Vaticane “. Nel 1562, morto il fratello maggiore, avrebbe potuto chiedere la secolarizzazione, per mettersi a capo della famiglia. Restò invece nello stato ecclesiastico, e fu consacrato Vescovo nel 1563, a 25 anni. Entrò trionfalmente a Milano, destinata ad essere il campo della sua attività apostolica. La sua arcidiocesi era vasta come un regno, stendendosi su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Il giovane Vescovo la visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Profuse, inoltre, a piene mani, le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. Nello stesso tempo, difese i diritti della Chiesa contro i signorotti e i potenti. Riportò l’ordine e la disciplina nei conventi, con un tal rigore da buscarsi un colpo d’archibugio, sparato da un frate indegno, mentre pregava nella sua cappella. La palla non lo colpì, e il foro sulla cappamagna cardinalizia fu la più bella decorazione dell’Arcivescovo di Milano. Durante la terribile peste del 1576 quella stessa cappa divenne coperta dei miti, assistiti personalmente dal Cardinale Arcivescovo. Milano, durante il suo episcopato, rifulse su tutte le altre città italiane. Da Roma, i Santi della riforma cattolica guardavano ammirati e consolati al Borromeo, modello di tutti i Vescovi. Ma per quanto robusta, la sua fibra era sottoposta a una fatica troppo grave. Bruciato dalla febbre, continuò le sue visite pastorali, senza mangiare, senza dormire, pregando e insegnando. Fino all’ultimo, continuò a seguire personalmente tutte le sue fondazioni, contrassegnate dal suo motto, formato da una sola parola: Humilitas. Il 3 novembre dei 1584, il titanico Vescovo di Milano crollò sotto il peso della sua insostenibile fatica. Aveva soltanto 46 anni, e lasciava ai Milanesi il ricordo di una santità seconda soltanto a quella di un altro grande Vescovo milanese, Sant’Ambrogio.

IL QUADERNETTO


  Un turista si fermò, per caso, nei pressi di un grazioso villaggio immerso nella campagna.
 
La sua attenzione fu attirata dal piccolo cimitero:
era circondato da un recinto di legno lucido e c’erano tanti alberi, uccelli e fiori incantevoli.
 
Il turista s’incamminò lentamente in mezzo alle lapidi bianche distribuite a casaccio in mezzo agli alberi.
 
Cominciò a leggere le iscrizioni.
La prima:
Giovanni Tareg, visse 8 anni, 6 mesi, 2 settimane e 3 giorni.
Un bambino così piccolo seppellito in quel luogo…
 
Incuriosito, l’uomo lesse l’iscrizione sulla pietra di fianco, diceva:
Denis Kalib, visse 5 anni, 8 mesi e 3 settimane.
Un altro bambino…
 
Una per una prese a leggere le lapidi.
Recavano tutte iscrizioni simili: il nome e il tempo di vita esatto del defunto, ma la persona che aveva vissuto più a lungo aveva superato a malapena gli undici anni…
Si sentì pervadere da un grande dolore, si sedette e scoppiò in lacrime.
 
Una persona anziana che stava passando rimase a guardarlo piangere in silenzio e poi gli chiese se stesse piangendo per qualche famigliare.
“No, no, nessun famigliare”, disse il turista, “ma che cosa succede in questo paese?
Che cosa c’è di così terribile da queste parti?
Quale orribile maledizione grava su questa gente, per cui tutti muoiono bambini?”.
 
L’anziano sorrise e disse:
“Stia sereno. Non esiste nessuna maledizione.
Semplicemente qui seguiamo un’antica usanza.
Quando un giovane compie quindici anni, i suoi genitori gli regalano un quadernetto, come questo qui che tengo appeso al collo.
Ed è tradizione che a partire da quel momento, ogni volta che uno di noi vive intensamente qualcosa apre il quadernetto e annota quanto tempo è durato il momento di intensa e profonda felicità.
Si è innamorato… Per quanto tempo è durata la grande passione?
Una settimana? Due? Tre settimane e mezzo?
E poi… l’emozione del primo bacio quanto è durata?
Il minuto e mezzo del bacio? Due giorni? Una settimana?
E la gravidanza o la nascita del primo figlio?
E il matrimonio degli amici?
E il viaggio più considerato?
E l’incontro con il fratello che ritorna da un paese lontano?
Per quanto tempo è durato il piacere di quelle situazioni?
Ore? Giorni?
E così continuiamo ad annotare sul quadernetto ciascun momento in cui assaporiamo il piacere… ciascun momento.
Quando qualcuno muore, è nostra abitudine aprire il suo quadernetto e sommare il tempo in cui ha assaporato una soddisfazione piena e perfetta per scriverlo sulla sua tomba, perché secondo noi quello è l’unico, vero tempo vissuto”.
 
 
 
Non limitarti ad esistere… vivi!
Non limitarti a toccare… senti!
Non limitarti a guardare… vedi!
Non limitarti a udire… ascolta!
Non limitarti a parlare… dì qualcosa!
 

Photobucket….stupenda idea ci darebbe il modo di fermarci e

contare i nostri bei momenti!

il fiore dell’onestà.


Quando l’imperatore morì, il giovane principe si preparò, con un po’ di apprensione, a prenderne il posto.

Il precettore saggio e anziano gli disse:

“Hai bisogno di un aiuto, subito.

Prima di salire sul trono scegli la futura imperatrice, ma fa’ attenzione: deve essere una fanciulla di cui puoi fidarti ciecamente.

Invita tutte le fanciulle che desiderano diventare imperatrice, poi ti spiegherò io come trovare la più degna”.

 

La più giovane delle sguattere della cucina reale, segretamente innamorata del principe, decise di partecipare.

“So che non verrò mai scelta, tuttavia è la mia unica opportunità di stare accanto al principe almeno per alcuni istanti, e già questo mi rende felice”, pensava.

 

La sera dell’udienza, c’erano tutte le più belle fanciulle della regione, con gli abiti più sfarzosi, i gioielli più ricchi.

Circondato dalla corte, il principe annunciò i termini della competizione:

“Darò un seme a ciascuna di voi.

Colei che mi porterà il fiore più bello, entro sei mesi, sarà la futura imperatrice”.

 

Quando venne il suo turno, la fanciulla prese il seme, un minuscolo granello scuro e lo portò a casa avvolto nel fazzoletto.

Lo interrò con cura in un vaso pieno di ottima terra soffice e umida.

Non era particolarmente versata nell’arte del giardinaggio, ma riservava alla sua piccola coltivazione un’enorme pazienza e un’infinita tenerezza.

Ogni mattina spiava con ansia la terra scura, in cui sperava di veder spuntare lo sperato germoglio.

 

I sei mesi trascorsero, ma nel suo vaso non sbocciò nulla.

 

Arrivò il giorno dell’udienza.

Quando raggiunse il palazzo con il suo vasetto pieno solo di terra e senza pianta, la fanciulla vide che tutte le altre pretendenti avevano ottenuto buoni risultati.

 

Il principe entrò e osservò ogni ragazza con grande meticolosità e attenzione.

Passò davanti ad ognuna. I fiori erano davvero splendidi.

Guardò anche la sguattera che non osava alzare gli occhi e quasi nascondeva il suo vasetto mestamente vuoto.

 

Dopo averle esaminate tutte, il principe si fermò al centro del salone e annunciò il risultato della gara:

“La nuova imperatrice, mia sposa, è questa fanciulla”.

 

Quasi si sentiva, nel silenzio profondo, il battito all’unisono di tutti i cuori.

Senza esitazione il principe prese per mano la giovane sguattera.

 

Poi chiarì la ragione di quella scelta.

Questa fanciulla è stata l’unica ad aver coltivato il fiore che l’ha resa degna di diventare un’imperatrice: il fiore dell’onestà.

Tutti i semi che vi ho consegnato erano solo granelli di legno dipinto, e da essi non sarebbe mai potuto nascere nulla”.

 

 

 


QUANDO LE CROCI SONO TROPPE


 
Un uomo viaggiava, portando sulle spalle tante croci pesantissime. Era ansante, trafelato, oppresso e, passando un giorno davanti ad un Crocifisso, se ne lamentò con il Signore così: “Ah! Signore, io ho imparato nel catechismo che Tu ci hai creato per conoscerti, amarti e servirti…ma invece mi sembra di essere stato creato soltanto per portare le croci! Me ne hai date tante e così pesanti che io non più forza di portarle…”.
Il Signore però gli disse:”Vieni qui, figlio mio, posa queste croci per terra e esaminiamole un poco… Ecco, questa è la più grossa e la più pesante; guarda che cosa c’è scritto sopra… “.
Quell’uomo guardò e lesse questa parola: sensualità.
“Lo vedi?” disse il Signore “questa croce non te l’ho data Io, ma te la sei fabbricata da solo. Hai avuto troppa smania di godere, sei andato in cerca di piaceri, di golosità, di divertimenti…e di conseguenza hai avuto malattie, povertà, rimorsi.”
“Purtroppo è vero, soggiunse l’uomo, questa croce l’ho fabbricata io! E’ giusto che io la porti!”. Sollevò da terra quella croce e se la porse di nuovo sulle spalle.
Il Signore continuò: “Guarda quest’altra croce. C’è scritto sopra: ambizione. Anche questa l’hai fabbricata tu, non te l’ho data Io. Hai avuto troppo desiderio di salire in alto, di occupare i primi posti, di stare al di sopra degli altri…e di conseguenza hai avuto odio, persecuzione, calunnie, disinganni.”
“E’ vero, è vero! Anche questa croce l’ho fabbricata io! E’ giusto che io la porti!”. Sollevò da terra quella seconda croce e se la mise sulle spalle.
Il Signore additò altre croci, e disse: “Leggi. Su questa è scritto: gelosia, su quell’altra: avarizia, su quest’altra…”
“Ho capito, ho capito, Signore, è troppo giusto quello che Tu dici…”
E prima che il Signore avesse finito di parlare, il povero uomo aveva raccolto da terra tutte le sue croci e se l’era poste sulle spalle.
Per ultima era rimasta per terra una crocetta piccola piccola e quando l’uomo la sollevò per porsela sulle spalle, esclamò: “Oh! Come è piccola questa! E pesa poco!” Guardò quello che c’era scritto sopra e lesse queste parole:”la croce di Gesù”.
Vivamente commosso, sollevò lo sguardo verso il Signore ed esclamò: “Quanto sei buono!”. Poi baciò quella croce con grande affetto.
E il Signore gli disse:” Vedi, figlio mio, questa piccola croce te l’ho data Io, ma te l’ho data con amore di Padre; te l’ho data perchè voglio farti acquistare merito con la pazienza; te l’ho data perchè tu possa somigliare a Me e starmi vicino per giungere al Cielo, perchè io l’ho detto: “chi vuole venire dietro a me prenda la sua croce ogni giorno e mi segua…Ma ho detto anche: “Il mio giogo è soave e il mio peso è leggero”.
L’uomo con le croci riprese silenzioso il cammino della vita; fece ogni sforzo per correggersi dei suoi vizi e si diede con ogni premura a conoscere, amare e servire Dio.
Le croci più pesanti e più grosse caddero, una dopo l’altra dalle sue spalle e gli rimase soltanto quella di Gesù. Questa se la tenne stretta al cuore fino all’ultimo giorno della sua vita, e quando arrivò al termine del viaggio, quella croce gli servì da chiave per aprire la porta del Paradiso.

classifiche

9 parole che usano le donne


 

 a tutti gli uomini per avvertirli che potrebbero evitare delle discussioni se solo si ricordassero la terminologia.

1) BENE: questa e’ la parola che usano le donne per terminare una discussione quando hanno ragione e tu devi stare zitto.

2) 5 MINUTI: se la donna si sta vestendo significa mezz’ora. 5 minuti e’ solo 5 minuti se ti ha dato appena 5 minuti per guardare la partita prima di aiutare a pulire in casa.

3) NIENTE: La calma prima della tempesta. Vuol dire qualcosa… e dovreste stare all’erta. Discussioni che cominciano con niente normalmente finiscono in BENE.

 4) FAI  PURE: e’ una sfida, non un permesso. Non lo fare.

 5) SOSPIRONE: e’ come una parola, ma un’affermazione non verbale per cui spesso fraintesa dagli uomini. Un sospirone significa che lei pensa che sei un’idiota e si chiede perché sta perdendo il suo tempo li’ davanti a te a discutere di niente (torna al punto 3 per il significato della parole niente).

 6) OK: Questa e’ una delle parole più pericolose che una donna può dire a un uomo. Significa che ha bisogno di pensare a lungo prima di decidere come e quando fartela pagare.

 7) GRAZIE: Una donna ti ringrazia; non fare domande o non svenire; vuole solo ringraziarti (vorrei qui aggiungere una piccola clausola – e’ vero a meno che non dica “grazie mille” che e’ PURO sarcasmo e non ti sta ringraziando. NON RISPONDERE non c’e’ di che perché cio’ porterebbe a un: quello che vuoi.

8) QUELLO CHE VUOI: e’ il modo della donna per dire vai a fare in ***o.

 9) NON  TI  PREOCCUPARE  FACCIO IO: un’altra affermazione pericolosa; significa che una donna ha chiesto a un uomo di fare qualcosa svariate volte ma adesso lo sta facendo lei. Questo porterà l’uomo a chiedere: ‘Cosa c’e’ che non va?’35m0i9h

la furbizia


Un signore va a caccia grossa in Africa e porta con sé il suo cucciolo.
Un giorno, durante una battuta, il cagnolino annoiato si mette a rincorrere una farfalla e, senza accorgersi, si allontana dal gruppo dei cacciatori e si ritrova solo in mezzo alla savana.
Ad un tratto scorge un grosso leone che corre veloce verso di lui. Impaurito si guarda intorno e vede poco lontano la carcassa di un grosso animale. La raggiunge e comincia a leccare un osso.
Quando il leone sta per attaccarlo il cagnolino dice a voce alta: “Mmm, che buon leone mi sono mangiato. Me ne farei un altro subito”.
Il leone si ferma e sentendo quelle parole pensa: “Che razza di animale sarà? E se poi faccio la stessa fine di quello lì? Meglio sparire”!
Una scimmia che stava appollaiata su un ramo e aveva assistito a tutta la scena scende dall’albero e dice al leone: Ma va là, stupido, e’ tutta una finta. Quella carcassa era già lì da un pezzo. Quello e’ semplicemente un cane e ti ha fregato”!
Il leone dice alla scimmia: “Ah si? Allora vieni con me che andiamo a trovare quel cane e poi vediamo chi mangia chi”!
E si mette a correre verso il cucciolo con la scimmia sulla groppa.
Il cagnolino che aveva sentito tutto si rende conto della vigliaccata della scimmia e atterrito si chiede
: “E adesso cosa faccio”? Ci pensa su un attimo poi, invece di scappare, si siede dando le spalle al leone e dice a voce alta: “Quella maledetta scimmia! Mezz’ora fa le ho detto di portarmi un altro bel leone grasso e ancora non si fa vedere”!
A quelle parole il leone incavolatissimo mangia la scimmia in un boccone e il cagnolino fugge mettendosi in salvo.
MORALE: NEI MOMENTI DI CRISI LA FURBIZIA E’ PIU’ IMPORTANTE DELLA CONOSCENZA.
Cerca di essere furbo come il cane
Evita di essere stupido come il leone
Ma non essere mai tanto figlio di bagascia come la scimmia.

Un bambino pensando una preghiera, disse così:


“Signore questa notte ti chiedo una cosa speciale… Trasformami in una televisione, così che io possa occupare il suo posto. Mi piacerebbe vivere come vive la televisione di casa mia.

In altre parole avere una stanza speciale per riunire tutti i membri della mia famiglia attorno a me.

Essere preso sul serio quando parlo. Fa che io sia al centro dell’attenzione così che tutti mi prestino ascolto senza interrompermi né discutere.
Mi piacerebbe provare l’attenzione particolare che riceve la televisione quando qualcosa  non funziona…

E tener compagnia a mio papà quando torna a casa, anche quando è stanco dal lavoro.

E che mia mamma, al posto di ignorarmi,
mi cerchi quando è sola e annoiata.

E che i miei fratelli e sorelle litighino per poter stare con me…E che possa divertire tutta la famiglia, anche se a volte non dica niente.

Mi piacerebbe vivere la sensazione di chi tralascia tutto per passare alcuni momenti al mio fianco. Signore non ti chiedo molto. Solo vivere come vive qualsiasi televisione.”

Nel nostro mondo occidentale un bambino su cinque soffre di depressione: per eccesso di protezione e per solitudine.

il professore


Un professore ateo sfidò i suoi alunni con questa domanda:
– “Dio ha fatto tutto ciò che esiste?”
Uno studente rispose coraggiosamente: – “Si, l’ha fatto!”
– “Dio fece proprio tutto?”
– “Si, professore” – rispose il giovane.
Il professore replicò:
– “Se Dio ha fatto tutte le cose, allora Dio ha fatto il male, poiché il male esiste, e tenendo conto che le nostre azioni sono un riflesso di noi stessi, allora Dio è male.”
Lo studente si azzittì di fronte a tale risposta e il professore, felice, si gloriava di aver provato una volta in più che la Fede era un mito.
Un altro studente alzò la sua mano e disse:
“Posso farle una domanda, professore?”
– “Senza dubbio” gli rispose il professore.
Il giovane si alzò in piedi e domandò:
– “Professore, il freddo esiste?”
– “Ma che domanda è questa? Chiaro che esiste, lei per caso ha mai sentito freddo?”
Il ragazzo rispose:
– “In verità, professore, il freddo non esiste. Secondo le leggi della Fisica, ciò che consideriamo freddo, nella realtà è assenza di calore. Tutto il corpo o l’oggetto può essere studiato quando ha o trasmette energia, ma è il calore e non il freddo che fa in modo che tale corpo ha o trasmetta energia. Lo zero assoluto è l’assenza totale e assoluta del calore, tutti i corpi rimangono inerti, incapaci di reagire, ma il freddo non esiste. Abbiamo creato questo termine per descrivere come ci sentiamo quando ci manca il calore.”
– “E l’oscurità, esiste?” – Continuò lo studente.
Il professore rispose:
– “Ma è chiaro che si.”
Lo studente rispose:
– “Di nuovo signore si inganna, l’oscurità nemmeno esiste. L’oscurità è in realtà l’assenza di luce. Possiamo studiare la luce, ma l’oscurità no, il prisma di Newton decompone la luce bianca nei vari colori di cui si compone, con le sue differenti varietà d’onda. L’oscurità no, un semplice raggio di luce strappa l’oscurità e illumina la superficie che la luce tocca. Come si fa per determinare quanto buio è presente in un determinato spazio? Solamente con una base di quantità di luce in questo spazio, non è così? L’oscurità è un termine che l’uomo ha creato per descrivere ciò che succede quando non c’è presenza di luce.”
Finalmente, il giovane studente domandò al professore:
– “Dica, professore, il male esiste?”
Lui rispose:
– “Chiaro che esiste. Come ho detto all’inizio della lezione, vediamo ladri, criminalità e violenza tutti i giorni in tutte le parti del mondo, queste cose sono il male.”
Allora lo studente rispose:
– “Il male non esiste, professore, o almeno non esiste di per se. Il male è semplicemente l’assenza di Dio. E’, come nei casi precedenti, un termine che l’uomo ha creato per descrivere questa assenza di Dio. Dio non ha creato il male. Non è come la Fede o l’Amore, che esistono come esiste la Luce e il Calore. Il male è il risultato del fatto che l’umanità non ha Dio presente nei suoi cuori. E’ come il freddo che sorge quando non c’è calore, o l’oscurità quando non c’è la luce.”

IL LEONE E IL PICCOLO CANE


C’era a Londra un serraglio che si poteva visitare sia comprando un biglietto,sia consegnando al controllo ,invece del denaro,cani o gatti randagi,che servivano da pasto agli animali.Un pover’uomo un giorno volle vedere le bestie feroci e non avendo monete,raccolse per strada un piccolo cane e lo portò al serraglio.Fu lasciato entrare.Il cucciolo fu gettato nella gabbia del leone,perché gli servisse da pasto.Una volta lì,si mise la coda fra le zampe e si rannicchiò in un angolo,mentre il leone si avvicinò a lui e lo fiutò in un istante.Il cagnolino si era steso sulla schiena e,con le zampe in aria, dimenava la coda.Il leone lo tastò con la zampa e lo rimise in piedi.Il cucciolo si alzò e gli fece le moine,mentre la belva lo seguiva con gli occhi ,portando la testa ora a destra,ora a sinistra,e non lo toccava. Quando il guardiano del serraglio gli ebbe lanciato la sua razione di carne,il leone  ne lacerò un pezzetto,che lasciò per il cagnolino.Verso sera,quando il leone si coricò per dormire,il cucciolo si addormentò presso di lui e gli mise la testa sulla zampa.Da quel giorno il cagnolino rimase nella gabbia del leone,il quale lo lasciava tranquillo.Mangiavano e dormivano di buon accordo e qualche volta il leone giocava con lui.Un giorno un signore ,che era venuto a visitare il serraglio,dichiarò di essere il proprietario di quel cane e pretese che gli fosse consegnato.Il direttore del serraglio acconsentì,ma quando si tentò di far uscire il cucciolo dalla gabbia,il leone si inferocì e non ci fu modo di liberare il cucciolo. I due animali vissero un anno intero nella medesima gabbia,poi il cagnolino si ammalò e morì.Il leone,straziato,si rifiutò di mangiare,non smetteva di fiutare il suo compagno di giochi e lo carezzava con la zampa,quasi come se volesse svegliarlo.Quando però ebbe capito che era proprio morto,diede un balzo,arruffò il pelo,si battè i fianchi con la coda,si gettò contro le sbarre,si mise a rodere i catenacci della sua gabbia e il suo furore durò per tutto il giorno.Si precipitava da ogni parte,ruggendo per il dolore.Soltanto verso sera,calmatosi,si coricò accanto al cagnolino morto.Il guardiano voleva portar via il cadaverino,ma il leone non lasciava avvicinare nessuno.Il direttore pensò di calmare il dispiacere della belva mettendo nella gabbia un altro cagnetto e ciò fu presto fatto. Immediatamente il leone gli si avventò contro e lo divorò.Poi prese il suo caro compagno morto,lo pose  fra le sue zampe e restò coricato cinque giorni,tenendolo così abbracciato.Il sesto giorno anche il leone fu trovato morto.

(tratto da una storia vera)

           di Leone Tolstoj-web

Il capro espiatorio


C’erano una volta dieci contadini, che camminavano insieme verso i loro campi. Furono sorpresi da un improvviso uragano, che prese a squassare violentemente le piante e a flagellare la terra. Correndo in mezzo ai fulmini e alle raffiche di grandine, i dieci si rifugiarono in un vecchio tempio in rovina.

Il fragore dei tuoni era sempre più assordante, i lampi danzavano paurosamente sui pinnacoli del tempio. I contadini erano terrorizzati e cominciarono a dirsi, a mezza voce, che in mezzo a loro ci doveva essere un grosso peccatore, colpevole di aver fatto scatenare quella furia incontenibile, che li avrebbe annientati tutti.

“Dobbiamo scoprire il colpevole”, suggerì uno, “e allontanarlo da noi”.

“Appendiamo i nostri cappelli fuori della porta”, disse un altro. “Quello di noi a cui appartiene il primo cappello che verrà portato via sarà il peccatore e lo abbandoneremo al suo destino”.

Furono tutti d’accordo. A fatica aprirono la porta e in qualche modo attaccarono fuori i loro cappelli di paglia. Il vento ne ghermì uno immediatamente.

Senza alcuna pietà i contadini spinsero il padrone del cappello fuori della porta. Il poveretto, piegato in due per resistere al vento, si allontanò nella tempesta.

Aveva fatto pochi passi, quando sentì un boato tremendo: un fulmine spaventoso si era abbattuto sul tempio e lo aveva polverizzato con tutti i suoi occupanti.

Non lamentarti di ciò che non riesci a fare


 Una tremenda siccità aveva ghermito la regione. L’erba era prima ingiallita e poi appassita. Erano morti i cespugli e gli alberi più fragili. Neppure una goccia d’acqua pioveva dal cielo e le mattine si presentavano alla terra senza la fugace frescura della rugiada.

A migliaia gli animali piccoli e grandi stavano morendo. Pochissimi avevano la forza per sfuggire al deserto che ingoiava ogni cosa.
La siccità si faceva ogni giorno piu’ dura. Persino i forti, vecchi alberi, che affondano le radici nella profondità della terra, persero le foglie. Tutte le fontane e le sorgenti erano esaurite. Ruscelli e fiumi erano inariditi. Solo, un piccolo fiore era rimasto in vita, perchè una piccola sorgente dava ancora un paio di go
cce d’acqua. Ma la sorgente si disperava: “Tutto è arido e assetato e muore. E io non posso farci nulla. Che senso hanno le mie due gocce d’acqua?”

Lì vicino c’era un vecchio, robusto albero. Udì il lamento e, prima di morire disse alla sorgente: “Nessuno si aspetta da te che tu faccia rinverdire tutto il deserto. Il tuo compito è tenere in vita quel fiorellino. Niente di più”.

La burocrazia


Un Giudice Membro della Corte Suprema stava seduto in riva a un fiume quando un viaggiatore si avvicinò e disse:
«Vorrei attraversare. È legittimo usare questa barca?».
«Sì» fu la risposta; «è la mia barca».
Il viaggiatore lo ringraziò e, spinta la barca in acqua, vi salì e si avviò remando. Ma la barca affondò e lui affogò.
«Uomo senza cuore!», disse uno Spettatore indignato. «Perché non gli hai detto che la tua barca aveva un buco?».
«La questione delle condizioni della barca», disse il grande giurista, «non mi è stata sottoposta». (A. Bierce)

 

Il bambù


In un magnifico giardino cresceva un bambù dal nobile aspetto. Il Signore del giardino lo amava più di tutti gli altri alberi. Anno dopo anno, il bambù cresceva e si faceva robusto e bello. Perché il bambù sapeva bene che il Signore lo amava e ne era felice.
Un giorno, il Signore si avvicinò al suo amato albero e gli disse: “Caro bambù, ho bisogno di te”.
Il magnifico albero sentì che era venuto il momento per cui era stato creato e disse, con grande gioia: “Signore, sono pronto. Fa’ di me l’uso
che vuoi”.
La voce del Signore era grave: “Per usarti devo abbatterti! ” Il bambù si spaventò: “Abbattermi, Signore? Io, il più bello degli alberi del tuo giardino? No, per favore, no! Usami per la tua gioia, Signore, ma per favore, non abbattermi”.
“Mio caro, bambù”, continuò il Signore, “se non posso abbatterti, non posso usarti”.
Il giardino piombò in un profondo silenzio. Anche il vento smise di soffiare. Lentamente il bambù chinò la sua magnifica chioma e sussurrò: “Signore, se non puoi usarmi senza abbattermi, abbattimi”.
“Mio caro bambù”, disse ancora il Signore, “non solo devo abbatterti, ma anche tagliarti i rami e le foglie”. “Mio Signore, abbi pietà. Distruggi la mia bellezza, ma lasciami i rami e le foglie! “.
Il sole nascose il suo volto, una farfalla inorridita volò via. Tremando, il bambù disse fiocamente: “Signore, tagliali”.
“Mio caro bambù, devo farti ancora di più. Devo spaccarti in due e strapparti il cuore. Se non posso fare questo, non posso usarti”.
Il bambù si chinò fino a terra e mormorò: “Signore, spacca e strappa”.
Così il Signore del giardino abbatté il bambù, tagliò i rami e le foglie, lo spaccò in due e gli estirpò il cuore. Poi lo portò dove sgorgava una fonte di acqua fresca, vicino ai suoi campi che soffrivano per la siccità.
Delicatamente collegò alla sorgente una estremità dell’amato bambù e diresse l’altra verso i campi inariditi.
La chiara, fresca, dolce acqua prese a scorrere nel corpo del bambù e raggiunse i campi. Fu piantato il riso e il raccolto fu ottimo.
Così il bambù divenne una grande benedizione, anche se era stato abbattuto e distrutto.
Quando era un albero stupendo, viveva solo per se stesso e si specchiava nella propria bellezza. Stroncato, ferito e sfigurato era diventato un canale, che il Signore usava per rendere fecondo il suo regno.

Noi la chiamiamo “sofferenza”. Dio la chiama “ho bisogno di te”…

Bruno Ferrero

 
 

Non esistono mali minori


C’era una volta un eremita così perfetto che aveva già un piede in Paradiso. Viveva di quasi niente in una grotta scavata nei fianchi di una montagna verde dove raccoglieva frutti selvatici, bacche e qualche radice per il pranzo della domenica. “Come posso tentarlo?”, si chiedeva continuamente il diavolo. Lo spiava, fiutava le sue impronte, lo esaminava dalla testa ai piedi per trovare il minimo punto debole. Niente. Pestava i piedi, si arrabbiava, imprecava. Finché decise di passare all’attacco diretto. Si presentò all’eremita, che stava rammollendo un pezzo di pane raffermo nell’acqua della sorgente. “Salve”, gli disse satana. “Sai chi sono io?”. “Il diavolo”, rispose tranquillamente l’ eremita. “Dio mi ha dato il permesso di tentarti. Vorrei che tu commettessi un peccato grave”. “Parla – disse l’ eremita – Ti ascolto”.  “Assassina qualcuno”. “No. E’ fuori discussione”. “Allora assali una donna”. “E’ una cosa bestiale e disgustosa. Non lo farò mai. Vattene, diavolo. Non hai fantasia”.
“Almeno bevi un sorso di vino. Non è neanche un peccato. Accontentami”. L’eremita sospirò: “Va bene. Un sorso non è nulla di male”. Immediatamente gli comparve tra le mani una brocca di vino fresco e frizzante. Ne bevve un sorso. Prese fiato e ne bevve un altro. “Uhm – disse – é gradevole”. Bevve un altro lungo sorso e disse: “E’ forte…E’ diabolico!”. Cominciò a ridere stupidamente. Poi riprese a bere, malfermo sulle ginocchia. Una ragazzina saliva per il sentiero. “Buongiorno sant’uomo – disse – ti ho portato qualche mela e del pane”. Ululando, con gli occhi annebbiati, l’eremita afferrò la ragazzina per i capelli e la sbatté a terra. La poverina urlò con tutte le sue forze. Suo padre, che lavorava nei campi, la udì e accorse. L’eremita vedendo arrivare l’uomo afferrò una grossa pietra e lo colpì con tutte le sue forze. Quando ritornò in sé, l’eremita vide l’uomo che giaceva ai suoi piedi in un lago di sangue. “Credo che sia morto”, disse satana, con aria virtuosa. Raccolse un fiore e se lo mise in bocca. L’ eremita si gettò in ginocchio inorridito: “Signore Dio, che cosa ho fatto?”. Il diavolo rispose: “Di tre mali hai scelto il minore. Questo ti farà passare lunghe giornate in mia compagnia”. Fischiettando, con le mani in tasca, si avviò. Dopo qualche passo si fermò, si voltò e come chiamasse un vecchio compagno di strada, disse: “Allora, eremita, vieni?”.

i tre agnellini


Lassù sulle montagne del Tirolo, c’era un piccolo villaggio dove tutti sapevano scolpire santi e Madonne con grande abilità. Ma giunse il tempo in cui non ci furono più ordinazioni per le loro belle statuine religiose.
Un pomeriggio Dritte, uno dei maestri intagliatori, entrando nella sua bottega trovò un fanciullo biondo, che giocava con le statuine del presepio. Dritte gli disse con fare burbero che le statuine del presepio non erano giocattoli. Il bambino rispose: «A Gesù non importa, Lui sa che non ho giocattoli per giocare». Maestro Dritte commosso gli promise un agnellino di legno con la testa che si muoveva.
«Vienilo a prendere domani pomeriggio, però, strano che non ti abbia mai visto, dove abiti?»
gif animate pecore (48)«Là», rispose il fanciullo indicando vagamente l’alto.
Il giorno dopo, prima di mezzogiorno, l’agnellino era pronto, bello da sembrare vivo. Ad un tratto si affacciò alla porta della bottega di Dritte una giovane zingara con un bambino in braccio.
Il bambino appena vide l’agnellino protese le braccine e l’afferrò. Quando glielo vollero togliere di mano si mise a piangere disperato. Dritte che non aveva nulla da dare alla povera donna disse sospirando: «Tienilo pure. Intaglierò un altro agnellino».
Nel pomeriggio tardi Dritte aveva appena terminato il secondo agnellino quando Pino, un povero orfanello, venne a salutarlo. «Oh! che meraviglioso agnello», disse. «Posso averlo per piacere?». «Sì tienilo pure, Pino, io ne intaglierò un altro».
E così fece. Ma il bambino dai capelli d’oro non ritornò, e l’agnellino rimase abbandonato sullo scaffale della bottega.gif animate pecore (48)
La situazione del villaggio continuava a peggiorare e Dritte cominciò ad intagliare giocattoli per i bambini del villaggio per far loro dimenticare la fame. Un giorno un mercante di passaggio si offrì di comperare tutti i giocattoli che Dritte riusciva ad intagliare. Dritte rifiutò di intagliare giocattoli per denaro: «Sono alla locanda», disse il commerciante, «in caso cambiate idea».
La piccola Marta era molto malata e Dritte, per farla sorridere, le regalò l’agnellino che aveva conservato sullo scaffale della sua bottega. Mentre tornava dalla casa di Marta, incontrò il bambino dai capelli d’oro.
«Ho tenuto l’agnellino fino ad oggi, ma tu non sei venuto. Ne farò subito un altro».
«Non ho bisogno di un altro agnellino» disse il fanciullo scuotendo il capo, «quelli che hai donato al piccolo zingaro, a Pino e a Marta li hai donati anche a me. Fare un giocattolo può servire alla gloria di Dio quanto intagliare un santo».
Un attimo dopo il fanciullo era scomparso.
Quella notte Dritte si recò alla locanda.
«Costruirò giocattoli per voi», disse.
«Allora avete cambiato idea» sussurrò il mercante.
«No», rispose Dritte con gli occhi scintillanti, «ma ho ricevuto un segno da Dio!»gif animate pecore (48)

Ogni cosa che Dio fa è perfetta, Lui non sbaglia mai!



Si racconta che molto tempo fa c’era un re che
non credeva nella bontà di Dio, benché avesse un servo
al che chiamavano Tommasíno che davanti a
circostanze avverse diceva sempre:
“CHE BUONO,
CHE BUONO,
CHE BUONO È TUTTO!
Dio non si sbaglia mai.”

 Quando il re gli domandava la ragione,
il suddito gli rispondeva:
“Mio re, non perderti d’animo, ogni cosa che Dio fa
è perfetta, Lui non sbaglia mai!”

Un giorno il re uscì a cacciare insieme al suo suddito Tommasíno.
Succedè che una fiera della giungla lo attaccò.
Il suddito riuscì ad ammazzare l’animale,
ma non potè evitare che la sua Maestà
uscisse ferito perdendo il dito mignolo della
mano destra. Il consigliere ricordò al re:“CHE BUONO,
CHE BUONO,
CHE BUONO È TUTTO!
Dio non si sbagliamai.”

Il re, furioso per quello successo, e senza mostrargli
gratitudine per salvarlo la vita, gli disse:

“Per caso Dio è buono?
Se lo fosse io non sarei stato attaccato e
non avrebbe perso il mio dito.”

Il buon Tommasíno gli rispose:

“Mio re, Dio è buono e nonostante tu sia
rimasto senza un dito questo
è per il tuo bene , Egli è perfetto.
Egli non si sbaglia mai!”

Il re si indignò con la risposta del suo servo e comandò che
fosse carcerato alla cella più oscura e fredda della cella.
Nonostante, quando lo portavano Tommasíno,
continuava a dire per sé:

“CHE BUONO,
CHE BUONO,
CHE BUONO È TUTTO!
Dio non si sbaglia mai.”

Dopo un po’ di tempo il re uscì ancora a caccia in un territorio,
ma ora fu attaccato per una tribù di uomini selvaggi e cannibali
che vivevano nella selva. Questa tribù era temuta da tutti,
perché si sapeva che facevano sacrifici umani per i suoi dei
e dopo si mangiavano alle sue vittime.
Così fu che immediatamente dopo avere catturato
al re, cominciarono a preparare,
il rituale del sacrificio.

Misero al re legato in un altare di pietra.
Si avvicinò il sacerdote cannibale e si
dispose ad aprirgli suo petto per tirare fuori
il suo cuore. Ma in quell’instante
osservò le mani del re e vide che
ad una mano gli mancava un dito e
furioso esclamò:

“Questo uomo non può essere sacrificato,
perché è difettoso!
Gli manca un dito della mano e non possiamo
offrire agli dei qualcosa di imperfetto.”

Fu cosi ché dovettero lasciare l’uomo libero,
perché non gli serviva per il sacrificio.
Il re tornò al palazzo pallido dopo essere
stato sul punto di morire.
Alleviato dello spavento fece liberare suo
servo Tommasíno e chiese che lo portassero
alla sua presenza.
Vedendolo, l’abbracciò affettuosamente dicendolo:

“Caro Tommasíno! Ora comprendo che
Dio fu buono con me.
Devi sapere che scappai perché non avevo
una delle mie dita.
Ti restituisco la tua libertà e ti restituisco
il tuo incarico.
Mi rimane solo un dubbio nel mio cuore.
Se Dio è tanto buono,
perché permise che tu stesse carcerato,
tu che tanto confidi
in Lui e lo difendesti?.”

Il servo sorrise e gli disse:

“Mio re, se io fossi venuto
con te a caccia sarei stato anch’io catturato dalla tribù ma
certamente io sarei stato  sacrificato ai loro dèi perché nel
mio fisico non si trovavano difetti…
Pertanto deve ricordarsi e ripetersi sempre:

“CHE BUONO,
CHE BUONO,
CHE BUONO È TUTTO!
Dio non si sbaglia” mai.”

 

 

trovato nel guest di un amico che con sua gentile concessione mi ha permesso di pubblicarlo qui…

Arcobaleno


Tanto tempo fa i colori fecero una lite furibonda.
Tutti si proclamavano il migliore in assoluto, il più importante, il più utile, il favorito. 

Il VERDE disse: ” Chiaramente sono io il più importante.
Io sono il segno della vita e della speranza.
Io sono stato scelto dall’erba, dagli alberi, dalle piante.
Senza di me tutti gli animali morirebbero.
Guardatevi intorno nella campagna e vedrete che io sono in maggioranza…”

Il BLU lo interruppe: “Tu pensi solo alla terra, ma non consideri il cielo ed il mare!!
E’ l’acqua la base della vita che viene giù dalle nuvole nel profondo del mare.
Il cielo dà spazio, pace e serenità. Senza di me voi non sareste niente…” 

Il GIALLO rilanciò: “Voi siete tutti così seri! Io porto sorriso, gioia e caldo
nel mondo. Il sole è giallo, la luna è gialla, le stelle sono gialle.
Quando fioriscono i girasoli, il mondo intero sembra sorridere.
Senza di me non ci sarebbe allegria…” 

L’ARANCIONE si fece largo: ” Io sono il colore della salute e della forza.
Posso essere scarso, ma prezioso perché io servo per il bisogno della vita
umana. Io porto con me le più importanti vitamine.
Pensate alle carote, zucche, arance, mango e papaia.
Io non sono presente tutto il tempo, ma quando riempio il cielo nell’alba e nel tramonto, 

la mia bellezza è così impressionante che nessuno pensa più ad uno solo di voi…” 

Il ROSSO poco distante urlò: “Io sono il re di tutti voi.
Io sono il colore del sangue ed il sangue è vita, è il colore del pericolo e del coraggio.
Io sono pronto a combattere per una causa, io metto il fuoco nel sangue,
senza di me la terra sarebbe vuota come la luna.
Io sono il colore della passione, dell’amore, la rosa rossa, il papavero..” 

Il PORPORA si alzò in tutta la sua altezza.
Era molto alto e parlò con voce in pompa magna: ” Io sono il colore dei regnanti
e del potere. Re, capi e prelati hanno sempre scelto me perché sono il segno
dell’autorità e della sapienza. Le persone non domandano… a me essi ascoltano ed obbediscono!…” 

Infine parlò l’INDACO molto serenamente, ma con determinazione:
” Pensate a me, io sono il colore del silenzio, voi difficilmente mi notate, ma senza di me
diventate tutti superficiali. Io rappresento il pensiero e la riflessione, il crepuscolo
e le acque profonde… Voi tutti avete bisogno di me per bilanciare e contrastare,
per pregare ed inneggiare alla pace…”
E così i colori continuarono a discutere ognuno convinto di essere superiore agli altri.
Litigarono sempre più violentemente senza sentire ragioni.
Improvvisamente un lampo squarciò il cielo seguito da un rumore fortissimo.
Il tuono e la pioggia che seguì violenta li impaurì a tal punto che si strinsero tutti insieme per confortarsi
….
Nel mezzo del clamore la PIOGGIA iniziò a parlare:
” Voi sciocchi colori litigate tra di voi e ognuno cerca di dominare gli altri…
Non sapete che ognuno di voi è stato fatto per un preciso scopo unico e differente?
Tenetevi per mano e venite con me”
Dopo che ebbero fatto pace, essi si presero tutti per mano.
La PIOGGIA continuò: “D’ora in poi, quando pioverà ognuno di voi si distenderà attraverso
il cielo in un grande arco di colori per ricordare che voi vivete tutti in pace. 

m.gif picture by calogerobonura
 

VIVI COME CREDI


(di Charlie Chaplin)

C’era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino. Decisero insieme di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo. Così partirono tutti e tre con il loro asino. Arrivati nel primo paese, la gente commentava: “Guardate quel ragazzo quanto è maleducato… lui sull’asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano”. Allora la moglie disse a suo marito: “Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio.” Il marito lo fece scendere e salì sull’asino.


Arrivati al secondo paese, la gente mormorava: “Guardate che svergognato quel tipo… lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l’asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa.” Allora, presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le redini per tirare l’asino.


Arrivati al terzo paese, la gente commentava: “Povero uomo! Dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie salga sull’asino; e povero figlio, chissà cosa gli spetta, con una madre del genere!”
Allora si misero d’accordo e decisero di sedersi tutti e tre sull’asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio.


Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese: “Sono delle bestie, più bestie dell’asino che li porta: gli spaccheranno la schiena!”. Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all’asino.
Ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo: “Guarda quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!

Conclusione: Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei.
Quindi: vivi come credi.
Fai cosa ti dice il cuore… ciò che vuoi… una vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali.
Quindi: canta, ridi, balla, ama… e vivi intensamente ogni momento della tua vita… prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi.

Un po’ d’argento


Rabbì, che cosa pensi del denaro?” chiese un giovane al maestro.
“Guarda dalla finestra”, disse il maestro,” cosa vedi?”.
“Vedo una donna con un bambino, una carrozza trainata da due cavalli e un contadino che va al mercato”.
“Bene. Adesso guarda nello specchio. Che cosa vedi?”.
“Che cosa vuoi che veda rabbì? Me stesso, naturalmente”.
“Ora pensa: la finestra è fatta di vetro e anche lo specchio è fatto di vetro. Basta un sottilissimo strato d’argento sul vetro e l’uomo vede solo se stesso”.
Siamo circondati da persone che hanno trasformato in specchi le loro finestre. Credono di guardare fuori e continuano a contemplare se stessi.
Non permettere che la finestra del tuo cuore diventi uno specchio.

Il silenzio


Un uomo si recò da un monaco di clausura.
Gli chiese: “Che cosa impari mai dalla tua vita di silenzio?”.
Il monaco stava attingendo acqua da un pozzo e disse al suo visitatore:
“Guarda giù nel pozzo! Che cosa vedi?”.
L’uomo guardò nel pozzo. “Non vedo niente”.
Dopo un po’ di tempo, in cui rimase perfettamente immobile, il monaco disse al visitatore: “Guarda ora! Che cosa vedi nel pozzo?”.
L’uomo ubbidì e rispose: “Ora vedo me stesso: mi specchio nell’acqua”.
Il monaco disse: “Vedi, quando io immergo il secchio, l’acqua è agitata.
Ora invece l’acqua è tranquilla.
E questa l’esperienza del silenzio: l’uomo vede se stesso!”.
Oggi scegliti un angolo tranquillo e lasciati cullare dal silenzio.

le pietre


In un deserto aspro e roccioso vivevano due eremiti. Avevano trovato due grotte che si spalancavano vicine, una di fronte all’altra. Dopo anni di preghiere e feroci mortificazioni, uno dei due eremiti era convinto di essere arrivato alla perfezione. L’altro era un uomo altrettanto pio, ma anche buono e indulgente. Si fermava a conversare con i rari pellegrini, confortava e ospitava coloro che si erano persi e coloro che fuggivano. “Tutto tempo sottratto alla meditazione e alla preghiera” pensava il primo eremita. Che disapprovava le frequenti, anche se minuscole, mancanze dell’altro. Per fargli capire in modo visibile quanto fosse ancora lontano dalla santità, decise di posare una pietra all’imboccatura della propria grotta ogni volta che l’altro commetteva una colpa. Dopo qualche mese davanti alla grotta c’era un muro di pietre grigio e soffocante. E lui era murato dentro. Talvolta intorno al cuore costruiamo dei muri, con le piccole pietre quotidiane dei risentimenti, le ripicche, i silenzi, le questioni irrisolte, le imbronciature. Il nostro compito più importante è impedire che si formino muri intorno al nostro cuore...