Chi sa star solo non si sente mai solo.


in tempo di partenze  e di ferie…mi sono trovata a leggere questo articolo che voglio condividere con voi
La stragrande maggioranza degli scienziati sociali considera la solitudine un tipico inconveniente delle società contemporanee,  un morbo da debellare. La solitudine significa isolamento, mancanza di affetti e di sostegno concreto e psicologico, disadattamento, magari insufficiente acquisizione delle abilità sociali. Una condizione inadatta all’uomo, che, come diceva Aristotele, è un “animale sociale”. Ma è necessario precisare che esiste, oggigiorno, una solitudine subita. E’ quella dell’anziano abbandonato, che non ha le risorse economiche o psicologiche per farcela da solo, che non ha più progetti, che è d’intralcio alla famiglia. E’ quella del giovane che non trova ascolto all’interno della famiglia e che non riesce ad adeguarsi al  “gruppo”, o che deve misurarsi con  prospettive per il futuro almeno incerte. E’ quella della donna, relegata magari in casa in un ruolo che non riconosce come proprio, prigioniera di pregiudizi e di consuetudini ormai estranee al suo modo di sentire.
Può essere quella del lavoratore estromesso precocemente dal mondo produttivo, governato dalle sue ferree leggi, che non trova la solidarietà dei coetanei, che non si sente capito o che magari si colpevolizza ingiustamente.
ad ognuno di noi nel corso della nostra esistenza ci capita di ritirarci nella solitudine perché siamo  a disagio in un mondo che corre velocissimo, incapaci di tenere il passo.
Certo le città moderne, concepite ormai soltanto per incanalare il traffico automobilistico e il convulso stile di vita contemporaneo non facilitano i contatti sociali. Le comunità, dove sperimentare la solidarietà sono, purtroppo, soltanto un’utopia sociologica. Lo sviluppo economico sembra aver selezionato un tipo d’uomo la cui psicologia ruota attorno alla propria ristretta cerchia familiare e al proprio tornaconto. La competitività, che non ammette respiro, non favorisce le occasioni conviviali di incontro, di dialogo, di festa. In una società in cui nessuno è veramente arrivato, non c’è tempo da dedicare all’amicizia e alle stare insieme.
La solitudine è, dunque, sì patologia, ma sarebbe un errore considerarla soltanto sotto questo aspetto. Esiste anche il rovescio (in questo caso il dritto!) della medaglia. La solitudine può essere anche una meravigliosa opportunità di sviluppo e di benessere interiori. Un’occasione preziosa da sfruttare. Una condizione cercata anziché subita.
A parte le differenze temperamentali fra gli individui, per cui ci sarà sempre chi desidera una vita piena di contatti e chi un’esistenza più raccolta, difficilmente alcune attività umane potranno svolgersi al meglio e con soddisfazione senza il verificarsi della solitudine.
Non esiste creatività artistica senza concentrazione e isolamento. Lo scrittore, il pittore, il pensatore, il compositore abbisognano nel loro lavoro di grande raccoglimento. Ma forse tutte le attività umane, che impegnano attivamente le nostre facoltà, necessitano di solitudine, fossero pure il giardinaggio o l’alpinismo. Lo studio, la riflessione, l’introspezione, la lettura vengono meglio se ci isoliamo dalla “pazza folla”.
L’incapacità di stare almeno qualche ora della giornata da soli, la dipendenza dalla presenza degli altri, può essere, quella sì, la spia di qualche malessere interiore, di qualche inadeguatezza personale.
Sono gli stessi psicologi, che sottolineano come l’acquisizione stessa della maturità psicologica, l’autorealizzazione personale, e ci spingano, in più di un’occasione nel corso dell’esistenza, a starcene, almeno per per qualche tempo, da soli.
La nostra storia è scritta da isolati (…) San Francesco, (…) lo sdegnoso Dante (…), Leonardo, il genio che anticipa il futuro, pensa che per essere veramente se stessi bisogna essere soli (…) Colombo (…) Galileo rivoluziona la conoscenza dell’universo (…) Goldoni (…) Pirandello.
(E. Biagi)
Perché, in generale, si sfugge la solitudine? Perché pochi si trovano in buona compagnia seco.
Dossi, Carlo
 ….
quindi dopo questo articolo mi tranquillizzo
e mi considero “normale” anzi “matura psicologicamente”
per il mio piacere di godere della mia bella compagnia…
è passato il tempo in cui Ivano mi chiamava
“selvaggia”
ahhahh..
un abbraccio a voi  tutti  soli e non
Sorriso